La verità dell'«Humanae vitae»
di Karol Wojtyla, L’Osservatore Romano, 5 gennaio 1969
Ecco ciò che scrisse all’epoca Karol Wojtyla sull’enciclica che quest’anno compie 40 anni
Gandhi e il significato della sessualitàSembrerà strano che noi cominciamo le nostre riflessioni sull'enciclica Humanae vitae partendo dall'autobiografia di M. Gandhi. «A mio avviso - scrive il grande uomo indiano - affermare che l'atto sessuale sia una azione spontanea, analoga al sonno o al nutrirsi, è crassa ignoranza. L'esistenza del mondo dipende dall'atto del moltiplicarsi - dalla procreazione, diremmo noi - e poiché il mondo è dominio di Dio e riflesso del suo potere, l'atto del moltiplicarsi - della procreazione, diremmo noi - deve essere sottoposto alla norma, che mira a salvaguardare lo sviluppo della vita sulla terra. L'uomo che ha presente tutto questo, aspirerà ad ogni costo al dominio dei suoi sensi e si fornirà di quella scienza necessaria, per promuovere la crescita fisica e spirituale della sua prole. Egli tramanderà poi i frutti di questa scienza ai posteri, oltre che usarli a suo giovamento». In un altro passo della sua autobiografia Gandhi dichiara che due volte nella sua vita ha subito l'influsso della propaganda che raccomandava i mezzi artificiali per escludere la concezione nella convivenza coniugale. Tuttavia egli arrivò alla convinzione, «che si deve piuttosto agire attraverso la forza interiore, nella padronanza di se stesso, ossia mediante l'autocontrollo».La legge scritta nel cuore di ogni uomo Rispetto all'enciclica Humanae vitae, questi tratti dell'autobiografia di Gandhi acquistano il significato di una particolare testimonianza. Ci ricordano le parole di san Paolo nella lettera ai Romani, riguardo alla sostanza della Legge scolpita nel cuore dell'uomo e attestata dal dettame della retta coscienza (Romani, 2, 15). Anche al tempo di san Paolo una tale voce della retta coscienza era un rimprovero per quelli che, pur essendo "i possessori della Legge", non la osservavano. Forse è bene anche per noi avere davanti agli occhi la testimonianza di questo uomo non cristiano. È opportuno avere presente "la sostanza della Legge" scritta nel cuore dell'uomo e attestata dalla coscienza, per riuscire a penetrare la profonda verità della dottrina della Chiesa, contenuta nell'enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Per questo all'inizio delle nostre riflessioni, che mirano a chiarire la verità etica e il fondamento obiettivo dell'insegnamento dell'Humanae vitae, siamo ricorsi ad una tale testimonianza. Il fatto che essa sia storicamente antecedente all'enciclica di qualche decennio, non diminuisce per nulla il suo significato: l'essenza del problema infatti rimane in entrambi la stessa, anzi le circostanze sono molto simili.L’amore coniugale è inscindibile dalla paternità responsabile Per rispondere alle domande formulate all'inizio dell'enciclica (Humanae vitae, 3), Paolo VI fa l'analisi delle due grandi e fondamentali "realtà della vita matrimoniale": l'amore coniugale e la paternità responsabile (n. 7) nel loro mutuo rapporto. L'analisi della paternità responsabile costituisce il tema principale dell'enciclica, poiché quelle domande poste all'inizio pongono appunto questo problema: «Non si potrebbe ammettere che l'intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasformi l'intervento materialmente sterilizzante in un lecito e saggio controllo delle nascite? Non si potrebbe ammettere cioè, che la finalità procreativa appartenga all'insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti? (...) non sia venuto il momento di affidare alla ragione e alla volontà più che ai ritmi biologici dell'organismo - umano - il compito di trasmettere la vita?»y (n. 3). Per dare una risposta a queste domande il Papa non ricorre alla tradizionale gerarchia dei fini del matrimonio, fra i quali il primo è la procreazione, ma, come si è detto, fa l'analisi del mutuo rapporto tra l'amore coniugale e la paternità responsabile. È la stessa impostazione del problema, propria della Costituzione pastorale Gaudium et spes.Il matrimonio come amore totale, che impegna tutto l'uomo Una retta e penetrante analisi dell'amore coniugale presuppone un'idea esatta del matrimonio stesso. Esso non è "prodotto della evoluzione di inconscie forze naturali", ma "comunione di persone" (n. 8), basata sulla loro reciproca donazione. E per ciò un retto giudizio sulla concezione della paternità responsabile presuppone "una visione integrale dell'uomo e della sua vocazione" (n. 7). Per acquistare un tale giudizio, non bastano affatto "le prospettive parziali, siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico" (n. 7). Nessuna di queste prospettive può costituire la base per una adeguata e giusta risposta alle domande sopra formulate. Ogni risposta che emana da prospettive, parziali non può essere che parziale. Per trovare una risposta adeguata, occorre avere presente una retta visione dell'uomo come persona, poiché il matrimonio stabilisce una comunione di persone, che nasce e si realizza attraverso la loro mutua donazione. L'amore coniugale si caratterizza con le note che risultano da tale comunione di persone e che corrispondono alla personale dignità dell'uomo e della donna, del marito e della moglie. Si tratta dell'amore totale, ossia dell'amore che impegna tutto l'uomo, la sua sensibilità, la sua affettività e la sua spiritualità, e che insieme deve essere fedele ed esclusivo. Questo amore "non si esaurisce tutto nella comunione tra i coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite" (n. 9); è perciò amore fecondo. Una tale amorevole comunione dei coniugi, per cui essi costituiscono secondo le parole della Genesi, 2, 24 "un solo corpo" è come la condizione della fecondità, la condizione della procreazione. Questa comunione essendo una particolare - poiché corporale e nel senso stretto "sessuale" - attuazione della comunione coniugale tra persone, deve realizzarsi al livello della persona e convenientemente alla sua dignità. La paternità propria dell'amore di persone è paternità responsabileIn base a ciò si deve formulare un giudizio esatto della paternità responsabile. Tale giudizio riguarda prima di tutto l'essenza della paternità - e sotto questo aspetto è un giudizio positivo: «l'amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di "paternità responsabile"» (n. 10). L'enciclica in tutto il suo contesto formula questo giudizio e lo propone come risposta fondamentale alle domande poste prima: l'amore coniugale deve essere amore fecondo, ossia "orientato alla paternità". La paternità propria dell'amore di persone è paternità responsabile. Si può dire che nell'enciclica Humanae vitae la paternità responsabile diventa il nome proprio della procreazione umana. Questo giudizio, fondamentalmente positivo, sulla paternità responsabile richiede però alcune precisazioni. Solamente grazie a queste precisazioni troviamo una risposta universale alle domande di partenza. Paolo VI ci offre queste precisazioni. Secondo la enciclica, la paternità responsabile significa «sia (...) la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia (...) la decisione (...) di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita» (n. 10). Se l'amore coniugale è amore fecondo, cioè orientato alla paternità, è difficile pensare che il significato della paternità responsabile, dedotto dalle sue proprietà, essenziali, possa identificarsi solamente con la limitazione delle nascite. La paternità responsabile viene perciò realizzata sia da parte dei coniugi, che grazie alla loro ponderata e generosa deliberazione si decidono a procreare una prole numerosa, come da parte di quelli che vengono nella determinazione di limitarla, "per gravi motivi e nel rispetto della legge morale" (HV 10). Processi biologici e rispetto della dignità della personaSecondo la dottrina della Chiesa, la paternità responsabile non è, e non può essere solo l'effetto di una certa "tecnica" della collaborazione coniugale: essa infatti ha anzitutto e "per sé" un valore etico. Un vero e fondamentale pericolo - al quale l'enciclica vuole essere appunto un rimedio provvidenziale - consiste nella tentazione di considerare questo problema fuori dell'orbita dell'etica, di fare degli sforzi per togliere all'uomo la responsabilità delle proprie azioni che sono così profondamente radicate in tutta la sua struttura personale. La paternità responsabile - scrive il Pontefice - «significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare sulle tendenze dell'istinto - e delle passioni (n. 10). Questo dominio presuppone perciò "conoscenza e rispetto dei processi biologici" (n. 10), e ciò pone questi processi non soltanto nel loro dinamismo biologico, ma anche nella personale integrazione, cioè a livello della persona, poiché "l'intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana» (n. 10). L’atto coniugale e il senso del vero amoreL'amore è comunione di persone. Se ad essa corrisponde la paternità, e paternità responsabile, il modo di agire che conduce a una tale paternità, non può essere moralmente indifferente. Anzi, esso decide, se l'attuazione sessuale della comunione di persone sia o non sia autentico amore, «Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore» (n. 12). L'uomo «non può rompere di sua iniziativa la connessione inscindibile tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo» (n. 12). È proprio per questo che l'enciclica sostiene la precedente posizione del Magistero e mantiene la differenza fra la così detta naturale regolazione della natalità, che comporta una continenza periodica e l'anticoncezione che fa ricorso a mezzi artificiali. Diciamo "mantiene", perché «i due casi differiscono completamente tra di loro» (n. 16). C'è tra di loro una grande differenza riguardo alla loro qualificazione etica. Una norma iscritta nel cuore umanoL'enciclica di Paolo VI come documento del supremo Magistero della Chiesa presenta l'insegnamento della morale umana e insieme cristiana in uno dei suoi punti chiave. La verità dell'Humanae vitae è dunque anzitutto una verità normativa. Ci ricorda i principi della morale, che costituiscono la norma obiettiva. Questa norma è scritta pure nel cuore umano, come prova almeno quella testimonianza di Gandhi, a cui abbiamo fatto appello all'inizio di queste considerazioni. Non di meno, questo obiettivo principio di morale subisce facilmente sia delle soggettive deformazioni sia un comune oscuramento. Del resto simile è la sorte di molti altri principi morali, come ad esempio di quelli che sono stati rievocati nell'enciclica Populorum progressio. Nell'enciclica Humanae vitae, il Santo Padre esprime anzitutto la sua piena comprensione di tutte queste circostanze che sembrano parlare contro il principio della morale coniugale, insegnata dalla Chiesa. Il Papa si rende conto anche delle difficoltà, alle quali è esposto l'uomo contemporaneo, come pure delle debolezze, a cui è soggetto. Tuttavia, la strada per la soluzione delle difficoltà e dei problemi non può passare che attraverso la verità del Vangelo: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime» (n. 29). Il motivo di carità verso le anime, e nessun altro motivo, muove la Chiesa che «non lascia (...) di proclamare con umile fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica» (n. 29).Il valore della vita umana La verità normativa dell'Humanae vitae è strettamente legata a quei valori che si esprimono nell'obiettivo ordine morale, secondo la loro propria gerarchia. Questi sono gli autentici valori umani che sono legati alla vita coniugale e familiare. La Chiesa si sente custode e garante di questi valori, come leggiamo nell'enciclica. Di fronte a un pericolo che li minaccia, la Chiesa si sente in dovere di difenderli. I valori autenticamente umani costituiscono la base e nello stesso tempo la motivazione dei principi della morale coniugale, rammentati nell'enciclica. Conviene metterli in risalto, sebbene si siano già rilevati nelle argomentazioni precedenti, e la cosa è ben chiara, poiché il vero significato della paternità responsabile è stato nell'enciclica già espresso nel rapporto all'amore coniugale. Il valore che sta alla base di questa dimostrazione, è il valore della vita umana, cioè della vita già concepita e anche nel suo sbocciare, nella convivenza dei coniugi. Di questo valore parla la stessa responsabilità della paternità, alla quale l'intera enciclica è principalmente dedicata.Il concepimento della persona attraverso le persone Il fatto che questo valore della vita già concepita o anche nel suo sbocciare non si esamini nell'enciclica sullo sfondo della procreazione stessa come fine del matrimonio, ma nella prospettiva dell'amore e della responsabilità degli sposi, pone il valore stesso della vita umana in una luce nuova. L'uomo e la donna nella loro convivenza matrimoniale che è convivenza di persone, devono dare origine a una nuova persona umana. Il concepimento della persona attraverso le persone - ecco la giusta misura dei valori, che deve essere qui adoperata. Ecco nello stesso tempo la giusta misura della responsabilità, che deve guidare la paternità umana. L'enciclica riconosce questo valore. Sebbene essa non sembri parlarne molto, non di meno indirettamente lo fa risaltare ancor più, quando lo pone fermamente nel contesto di altri valori. Questi sono valori fondamentali per la vita umana, e insieme i valori specifici per il matrimonio e per la famiglia. Sono specifici, poiché soltanto il matrimonio e la famiglia - e nessun altro ambiente umano - costituiscono il campo specifico, in cui appaiono questi valori, quasi un suolo fertile, nel quale crescono. Uno di questi è il valore dell'amore coniugale e familiare, l'altro è il valore della persona, ossia la sua dignità che si manifesta nei più stretti e più intimi contatti umani. Questi due valori si permeano così profondamente, che in certo qual modo costituiscono un solo bene. Il raggiungimento della piena maturità spiritualeQuesto appunto è il bene spirituale del matrimonio, la migliore ricchezza delle nuove generazioni umane: «i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di valori spirituali: essa (la disciplina) apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace (...); favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonioso delle loro facoltà spirituali e sensibili» (n. 21). Ecco il pieno contesto e nello stesso tempo la prospettiva universale dei valori, sui quali è fondata la dottrina della paternità responsabile. L'atteggiamento di responsabilità si estende su tutta la vita coniugale e su tutto il processo di educazione. Solo gli uomini che hanno raggiunto la piena maturità della persona attraverso una completa educazione riescono a educare i nuovi esseri umani. La paternità responsabile e la castità dei mutui rapporti dei coniugi ad essa inerente, sono una verifica della loro maturità spirituale. Essi perciò proiettano la loro luce sull'intero processo di educazione, che si compie nella famiglia.L'amore coniugale: autentica donazione di una persona ad un'altra personaL'enciclica Humanae vitae contiene non solo perspicue ed esplicite norme concernenti la vita matrimoniale, la conscia paternità e la giusta regolazione della natalità, ma attraverso queste norme indica anche i valori. Essa conferma il loro retto senso e ci mette in guardia da quello falso. Essa esprime la profonda sollecitudine di salvaguardare l'uomo dal pericolo di alterare i valori più fondamentali. Uno dei valori più fondamentali è quello dell'amore umano. L'amore trova la sua sorgente in Dio che "è Amore". Paolo VI pone questa verità rivelata al principio della sua penetrante analisi dell'amore coniugale, perché esso esprime il più grande valore che si deve riconoscere nell'amore umano. L'amore umano è ricco di esperienze che lo compongono, ma la sua ricchezza essenziale consiste nell'essere una comunione di persone, cioè di un uomo e di una donna, nella loro mutua donazione. L'amore coniugale è arricchito dalla autentica donazione di una persona ad un'altra persona. Appunto questa mutua donazione della persona stessa non deve essere alterata. Se nel matrimonio si deve realizzare l'amore autentico delle persone attraverso la donazione dei corpi, cioè attraverso "l'unione nel corpo" dell'uomo e della donna, proprio per riguardo al valore stesso dell'amore, non si può alterare questa mutua donazione in nessun aspetto dell'atto coniugale interpersonale.La castità matrimoniale a salvaguardia dell’amore Il valore stesso dell'amore umano e la sua autenticità esigono una tale castità dell'atto coniugale, quale è richiesta dalla Chiesa ed è richiamata nell'enciclica stessa. In vari campi l'uomo domina la natura e la subordina a sé, mediante i mezzi artificiali. L'insieme di questi mezzi equivale in qualche modo al progresso e alla civilizzazione. In questo campo però, in cui si deve attuare attraverso l'atto coniugale, l'amore tra persona e persona, e dove la persona deve dare autenticamente se stessa (e "dare" vuol dire anche "ricevere" vicendevolmente) l'uso dei mezzi artificiali equivale ad un alteramento dell'atto di amore. L'autore dell'Humanae vitae ha presente il valore autentico dell'amore umano che ha Dio come sorgente e che viene confermato dalla retta coscienza e dal sano "senso morale". E proprio nel nome di questo valore il Papa insegna i principi della responsabilità etica. Questa è anche la responsabilità che salvaguarda la qualità dell'amore umano nel matrimonio. Questo amore si esprime pure nella continenza - anche in quella periodica - poiché l'amore è capace di rinunciare all'atto coniugale, ma non può rinunciare all'autentico dono della persona. La rinuncia all'atto coniugale può essere, in certe circostanze, un autentico dono personale. Paolo vi scrive a proposito: «questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano» (n. 21).La donazione presuppone autodominioEsprimendo la premurosa sollecitudine per l'autentico valore dell'amore umano, l'enciclica Humanae vitae si rivolge all'uomo e richiama il senso della dignità della persona. L'amore infatti, secondo il suo autentico valore, deve essere realizzato dall'uomo e dalla donna nel matrimonio. La capacità ad un tale amore e la capacità all'autentico dono della persona richiedono da entrambi il senso della dignità personale. L'esperienza del valore sessuale deve essere permeata di una viva consapevolezza del valore della persona. Questo valore spiega appunto la necessità della padronanza di sé che è propria della persona: la personalità infatti si esprime nell'autocontrollo e nell'autodominio. Senza di essi l'uomo non sarebbe capace né di donare se stesso né di ricevere. L'enciclica Humanae vitae formula questa gerarchia dei valori che si dimostra essenziale e decisiva per tutto il problema della paternità responsabile. Non si può capovolgere questa gerarchia e non si può mutare il giusto ordine dei valori. Rischieremmo una tale inversione e mutamento dei valori, se per risolvere il problema noi partissimo da aspetti parziali e non invece "dalla integrale visione dell'uomo e della sua vocazione".Altri aspetti del problema Ognuno di questi aspetti parziali in se stesso è molto importante e Paolo VI non diminuisce affatto la loro importanza: sia dell'aspetto demografico-sociologico, che bio-psicologico. Al contrario, il Pontefice li considera attentamente. Egli vuole impedire soltanto che uno qualsiasi degli aspetti parziali - qualunque sia la sua importanza - possa distruggere la retta gerarchia dei valori e possa togliere il vero significato all'amore come comunione di persone e all'uomo stesso come persona capace di autentica donazione, nella quale l'uomo non può essere sostituito dalla "tecnica". In tutto questo però il Papa non trascura nessuno degli aspetti parziali del problema, anzi Egli li affronta, stabilendone il contenuto fondamentale e, legata ad esso, la retta gerarchia dei valori. E proprio su questa strada esiste la possibilità di un controllo delle nascite e quindi anche la possibilità di risolvere le difficoltà socio-demografiche. E perciò Paolo VI ha potuto scrivere con tutta sicurezza, che «i pubblici poteri possono e devono contribuire alla soluzione del problema demografico» (n. 23). Quando si tratta dello aspetto biologico e anche di quello psicologico - come appunto insegna l'enciclica - la via della realizzazione dei rispettivi valori passa attraverso la valorizzazione dell'amore stesso e della persona. Ecco le parole dell'eminente biologo, professore P. P. Grasset dell'Accademia delle Scienze: «L'enciclica va d'accordo con i dati di biologia, rammenta ai medici i loro doveri e all'uomo segna la via, sulla quale la sua dignità - così da parte fisica come da quella morale - non subirà nessuna offesa» (Le Figaro, 8 ottobre 1968).Si può dire che l'enciclica penetra nel nucleo di questa problematica universale che ha impegnato il Concilio Vaticano II. Il problema dello sviluppo "del mondo", sia nelle sue istanze moderne, come pure nelle sue prospettive più lontane, desta una serie di domande che l'uomo si pone su se stesso. Alcune di esse, sono espresse nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. Non è possibile una giusta risposta a queste domande senza rendersi conto del significato dei valori che decidono dell'uomo e della sua vita veramente umana. Nell'enciclica Humanae vitae Paolo VI si impegna nell'esame di questi valori nel loro punto nevralgico.La testimonianza cristiana L'esame dei valori e attraverso di esso la norma stessa della paternità responsabile formulata nell'enciclica Humanae vitae portano su di sé una particolare impronta del Vangelo. Ciò conviene ancora rilevare alla fine delle presenti considerazioni, sebbene fin dall'inizio nessuna altra idea sia stata il loro filo conduttore. Le questioni che agitano gli uomini contemporanei «esigevano dal Magistero della Chiesa una nuova approfondita riflessione sui principi della dottrina morale del matrimonio: dottrina fondata sulla legge naturale, illuminata ed arricchita dalla Rivelazione divina» (n. 4). La Rivelazione come espressione dell’eterno pensiero di Dio ci permette e nello stesso tempo ci comanda di considerare il matrimonio come la istituzione per trasmettere la vita umana, nella quale i coniugi sono "liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore" (n. 1). Cristo stesso ha confermato questa loro perenne dignità e ha innestato l'insieme della vita matrimoniale nell'opera della Redenzione e l'ha inserita nell'ordine sacramentale. Dal sacramento del matrimonio «i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l'adempimento fedele dei propri doveri, per l'attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo» (n. 25). Essendo stata esposta nell'enciclica la dottrina della morale cristiana, la dottrina della paternità responsabile, intesa come retta espressione dell'amore coniugale e della dignità della persona umana, costituisce un'importante componente della testimonianza cristiana. E ci pare che sia proprio di questa testimonianza un certo sacrificio che l'uomo deve compiere per i valori autentici. Il Vangelo conferma costantemente la necessità di un tale sacrificio e anzi lo conferma l'opera stessa, della Redenzione che si esprime totalmente nel Mistero Pasquale. La croce di Cristo è diventata il prezzo della redenzione umana. Ogni uomo che cammina sulla via dei veri valori, deve assumere qualche cosa di questa croce come prezzo che egli stesso deve pagare per i valori autentici. Questo prezzo consiste in un particolare sforzo: «la legge divina, come scrive il Papa, richiede serio impegno e molti sforzi», e subito aggiunge che «tali sforzi sono nobilitanti per l'uomo e benefici per la comunità umana« (n. 20). Lo sforzo necessario per raggiungere il valore dell’amoreL'ultima parte dell'enciclica è un appello a questo serio impegno e a questi sforzi, sia all'indirizzo delle comunità, affinché «creino un clima favorevole all'educazione della castità» (n. 22), sia a riguardo dei pubblici poteri, come pure agli uomini di scienza, affinché riescano «a dare una base sufficientemente sicura ad una regolazione delle nascite, fondata sull'osservanza dei ritmi naturali di fecondità» (n. 24). L'enciclica fa appello infine ai coniugi stessi, all'apostolato delle famiglie per la famiglia, ai medici, ai sacerdoti e ai vescovi come pastori delle anime. Agli uomini contemporanei, irrequieti e impazienti, e nello stesso tempo minacciati nel settore dei più fondamentali valori e principi, il Vicario di Cristo rammenta le leggi che reggono questo, settore. E poiché essi non hanno pazienza e cercano delle semplificazioni e delle apparenti facilitazioni, Egli ricorda loro quale debba essere il prezzo per i veri valori e quanta pazienza e sforzo occorra per raggiungere questi valori. Sembra che attraverso tutte le argomentazioni e appelli dell'enciclica, pieni per altro di una drammatica tensione, ci giungano le parole del Maestro: «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Luca, 21, 19). Poiché in definitiva si tratta proprio di questo.(©L'Osservatore Romano - 28-29 luglio 2008)
venerdì 22 agosto 2008
Un comitato per far meglio conoscere Pio XII
Un comitato per far meglio conoscere Pio XII
Su iniziativa di Emilio Artiglieri, giugno 2008
Gettò le basi per il Vaticano II e si dimostrò difensore dei deboli durante la Guerra
Si avvicina il Cinquantenario del transito del grande papa Pio XII avvenuto in Castelgandolfo il 9 ottobre 1958. La Chiesa del Concilio è a lui debitrice non meno che a Papa Giovanni XXIII. Se si guardano le minute delle discussioni dei Padri conciliari il suo nome è citato in ben 1.500 interventi. Nelle note dei documenti conciliari Pio XII è citato oltre 200 volte. È la citazione più ricorrente, eccezion fatta per le Sacre Scritture. Il riconoscimento unanime delle virtù eroiche del Servo di Dio da parte della Congregazione per le Cause dei Santi l’8 maggio del 2007 attende di essere sancito da Benedetto XVI.Nessuna discontinuità nella storia della Chiesa nel XX secoloUna migliore conoscenza e valorizzazione della figura di Pio XII contribuiranno alla corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II. Infatti, secondo taluni, esisterebbe una linea di discontinuità tra la Chiesa preconciliare e quella successiva al Concilio. Coloro che privilegiano questa interpretazione tendono a contrapporre Pio XII a Giovanni XXIII, dimenticando tra l’altro il grande riconoscimento che questi fece nell’orazione funebre e nella prima enciclica Ad Petri Cathedram definendolo “Doctor optimus, Ecclesiae sanctae lumen, divinae legis ad monitor”. Sono i tre titoli che un’antifona liturgica del Messale romano conferisce ai dottori della Chiesa. In realtà, come ha ricordato Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, non esiste una discontinuità nella storia della Chiesa, ma un processo lineare. Anticipatore del ConcilioPapa Pio XII ha anticipato e preparato il Concilio, si pensi solo alla riforma liturgica da lui avviata con l’enciclica Mediator Dei o all’enciclica Divino afflante Spiritu sullo studio della Sacra Scrittura. Il Concilio ha quindi portato a conclusione quello che era stata avviato sotto il suo Pontificato. Non esiste una “contrapposizione” tra Pio XII e Giovanni XXIII, come aveva sottolineato Papa Paolo VI avviando contemporaneamente la causa di beatificazione dei suoi due predecessori.Ricordiamo infine, che Pio XII ha lottato contro le ideologie e le dittature del suo tempo, restando a Roma quando tutte le altre autorità erano in fuga. Il motto del suo pontificato opus iustitiae pax sintetizza il sacrificio della sua vita per la pace attraverso la promozione della giustizia verso i più discriminati, consumato in umiltà e prudenza. I fedeli e i cittadini di Roma lo hanno scolpito nella memoria definendolo Defensor Civitatis come attesta la targa nella piazza a lui intitolata, antistante San Pietro.I sottoscritti intendono costituire un Comitato al fine di diffondere la conoscenza della figura del Servo di Dio, approfondirne il magistero e incoraggiare le iniziative opportune a partire da quelle per il Cinquantenario della morte che cade il 9 ottobre 2008 p.v. Elenco adesionida considerarsi provvisorio, in quanto stanno giungendo nuove adesioni 1. ACCAME Dott. Giano2. ALBERONI Prof.ssa Rosa3. ALFANO Prof. Giulio4. ALLAM Dott. Magdi Cristiano5. ANDREOTTI Sen. Giulio6. ARMATO On. Baldassarre7. BACCARI Prof. Maria Pia8. BACCARI Prof. Renato9. BELFIORI Dott. Fausto10. CANTAGALLI Dott. David11. CANTELMI Prof. Tonino12. CAUCCI von SAUCKEN Prof. Paolo 13. CAVALLERI Dott. Cesare14 CIANCIARELLI Prof. Francesco15. COLAFEMMINA Dott. Francesco16. CUOCOLO Anna17. DE CARLI Dott. Giuseppe18. DE LEONARDIS Prof. Massimo 19. DE MATA Dott. Luca20. FAZIO Dott. Antonio21. FIORI On. Avv. Publio22. FONTANA Prof. Sandro23. GARAVAGLIA Prof.ssa Maria Pia24. GARIBALDI Dott. Luciano25. GASPARI Dott. Antonio26. GIANFRANCESCHI Dott. Paolo27. GIUBILO Dott. Pietro28. GIULIANI Prof. Ubaldo29. LEVI DI GUALDO Dott. Ariel30. MAZZA Dott. Mauro31. MERCADANTE Prof. Francesco32. MERLI BRANDINI Prof. Pietro33. MESSORI Dott. Vittorio34. MONTI BRAGADIN Prof. Stefano35. MURA Prof. Gaspare36. NAPOLITANO Prof. Matteo Luigi37. PEDRIZZI Dott. Riccardo38. PERILLI Plinio, poeta e scrittore39. PESCHIERA Prof. Filippo40. REBECCHINI Ing. Gaetano41. RISÈ Prof. Claudio42. ROMANO Dott. Tommaso43. SAVONA Prof. Paolo44. SOCCI Dott. Antonio45. SQUITIERI Dott. Pasquale46. TORNIELLI Dott. Andrea47. VARI Prof. Massimo48. VARI Prof. Filippo49. VARNIER Prof. Giovanni Battista50. VASSALLO Prof. Pierangelo51. ZAVATTARO Dott. FabioARTIGLIERI Avv. Emilio, Segretario e Coordinatore
Su iniziativa di Emilio Artiglieri, giugno 2008
Gettò le basi per il Vaticano II e si dimostrò difensore dei deboli durante la Guerra
Si avvicina il Cinquantenario del transito del grande papa Pio XII avvenuto in Castelgandolfo il 9 ottobre 1958. La Chiesa del Concilio è a lui debitrice non meno che a Papa Giovanni XXIII. Se si guardano le minute delle discussioni dei Padri conciliari il suo nome è citato in ben 1.500 interventi. Nelle note dei documenti conciliari Pio XII è citato oltre 200 volte. È la citazione più ricorrente, eccezion fatta per le Sacre Scritture. Il riconoscimento unanime delle virtù eroiche del Servo di Dio da parte della Congregazione per le Cause dei Santi l’8 maggio del 2007 attende di essere sancito da Benedetto XVI.Nessuna discontinuità nella storia della Chiesa nel XX secoloUna migliore conoscenza e valorizzazione della figura di Pio XII contribuiranno alla corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II. Infatti, secondo taluni, esisterebbe una linea di discontinuità tra la Chiesa preconciliare e quella successiva al Concilio. Coloro che privilegiano questa interpretazione tendono a contrapporre Pio XII a Giovanni XXIII, dimenticando tra l’altro il grande riconoscimento che questi fece nell’orazione funebre e nella prima enciclica Ad Petri Cathedram definendolo “Doctor optimus, Ecclesiae sanctae lumen, divinae legis ad monitor”. Sono i tre titoli che un’antifona liturgica del Messale romano conferisce ai dottori della Chiesa. In realtà, come ha ricordato Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, non esiste una discontinuità nella storia della Chiesa, ma un processo lineare. Anticipatore del ConcilioPapa Pio XII ha anticipato e preparato il Concilio, si pensi solo alla riforma liturgica da lui avviata con l’enciclica Mediator Dei o all’enciclica Divino afflante Spiritu sullo studio della Sacra Scrittura. Il Concilio ha quindi portato a conclusione quello che era stata avviato sotto il suo Pontificato. Non esiste una “contrapposizione” tra Pio XII e Giovanni XXIII, come aveva sottolineato Papa Paolo VI avviando contemporaneamente la causa di beatificazione dei suoi due predecessori.Ricordiamo infine, che Pio XII ha lottato contro le ideologie e le dittature del suo tempo, restando a Roma quando tutte le altre autorità erano in fuga. Il motto del suo pontificato opus iustitiae pax sintetizza il sacrificio della sua vita per la pace attraverso la promozione della giustizia verso i più discriminati, consumato in umiltà e prudenza. I fedeli e i cittadini di Roma lo hanno scolpito nella memoria definendolo Defensor Civitatis come attesta la targa nella piazza a lui intitolata, antistante San Pietro.I sottoscritti intendono costituire un Comitato al fine di diffondere la conoscenza della figura del Servo di Dio, approfondirne il magistero e incoraggiare le iniziative opportune a partire da quelle per il Cinquantenario della morte che cade il 9 ottobre 2008 p.v. Elenco adesionida considerarsi provvisorio, in quanto stanno giungendo nuove adesioni 1. ACCAME Dott. Giano2. ALBERONI Prof.ssa Rosa3. ALFANO Prof. Giulio4. ALLAM Dott. Magdi Cristiano5. ANDREOTTI Sen. Giulio6. ARMATO On. Baldassarre7. BACCARI Prof. Maria Pia8. BACCARI Prof. Renato9. BELFIORI Dott. Fausto10. CANTAGALLI Dott. David11. CANTELMI Prof. Tonino12. CAUCCI von SAUCKEN Prof. Paolo 13. CAVALLERI Dott. Cesare14 CIANCIARELLI Prof. Francesco15. COLAFEMMINA Dott. Francesco16. CUOCOLO Anna17. DE CARLI Dott. Giuseppe18. DE LEONARDIS Prof. Massimo 19. DE MATA Dott. Luca20. FAZIO Dott. Antonio21. FIORI On. Avv. Publio22. FONTANA Prof. Sandro23. GARAVAGLIA Prof.ssa Maria Pia24. GARIBALDI Dott. Luciano25. GASPARI Dott. Antonio26. GIANFRANCESCHI Dott. Paolo27. GIUBILO Dott. Pietro28. GIULIANI Prof. Ubaldo29. LEVI DI GUALDO Dott. Ariel30. MAZZA Dott. Mauro31. MERCADANTE Prof. Francesco32. MERLI BRANDINI Prof. Pietro33. MESSORI Dott. Vittorio34. MONTI BRAGADIN Prof. Stefano35. MURA Prof. Gaspare36. NAPOLITANO Prof. Matteo Luigi37. PEDRIZZI Dott. Riccardo38. PERILLI Plinio, poeta e scrittore39. PESCHIERA Prof. Filippo40. REBECCHINI Ing. Gaetano41. RISÈ Prof. Claudio42. ROMANO Dott. Tommaso43. SAVONA Prof. Paolo44. SOCCI Dott. Antonio45. SQUITIERI Dott. Pasquale46. TORNIELLI Dott. Andrea47. VARI Prof. Massimo48. VARI Prof. Filippo49. VARNIER Prof. Giovanni Battista50. VASSALLO Prof. Pierangelo51. ZAVATTARO Dott. FabioARTIGLIERI Avv. Emilio, Segretario e Coordinatore
Accanimento terapeutico e testamento di vita
tratto dal dossier “Accanimento terapeutico e testamento di vita”, Fides.org 7 giugno 2008
Riflessioni sulle problematiche che riguardano l’introduzione del testamento di vita
(clicca qui per il dossier integrale: http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=19905&lan=ita )«A X affido il compito di rendere edotti i medici curanti dell’esistenza di questo testamento di vita con il quale, in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante, o malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione, chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente».È questa la proposta del testamento biologico presentata il 23 giugno 2006 dal prof. Veronesi non è una novità: è la copia conforme di un testo reso pubblico il 18 febbraio 1994 dalla British Medical Association e successivamente bocciato dalla Camera dei Lord di Londra.L’accanimento terapeutico è già vietatoLe dichiarazioni anticipate possono essere uno strumento per escludere l’accanimento terapeutico. Ma l’accanimento è concordemente condannato. Perciò che utilità hanno le dichiarazioni? Inoltre, non si può prevedere a tavolino in astratto un quadro clinico futuro e fissare dei limiti oltre i quali ci sarebbe accanimento.I dubbi sulle volontà espresse anticipatamenteCosa dire in merito al suo contenuto? Innanzitutto la prudenza che nasce dall'esperienza della vita concreta può fare tre obiezioni.1. Nessuna persona sana e nel pieno possesso delle facoltà mentali può sapere cosa si prova quando si è colpiti da una malattia incurabile e si è entrati nella fase avanzata di essa. Chi scrive il testamento è estraneo al vissuto della malattia. Perciò, invocare il principio del consenso informato per giustificare le dichiarazioni anticipate di trattamento rischia di essere fuorviante.2. Nessuno può prevedere con certezza quali saranno i progressi scientifici e medici nella diagnosi e nella cura di una particolare malattia. Terapie oggi penose per il malato, domani grazie ai progressi della tecnica potrebbero essere praticate con minori oneri. Perciò, il testamento reso oggi per un futuro prossimo o remoto potrebbe diventare impreciso o fuori luogo.3. Non è detto che le volontà che io oggi esprimo corrispondano esattamente a ciò che io desidererò quando sarò colpito da una malattia grave. Potrei aver cambiato idea e non aver avuto il tempo di manifestarlo. Posti tutti questi dubbi circa un bene fondamentale, com'è quello della vita, è doveroso astenersi da qualsiasi atto che possa pregiudicarla.Lo stravolgimento del rapporto medico-pazienteEntrando maggiormente nel merito, noteremo che il testamento biologico stravolge il rapporto medico-paziente. Infatti, esso rappresenta una delle estreme esasperazioni dell’autonomia del paziente. Rifiutando in modo deciso il modello paternalistico viene adottato il modello autonomistico o contrattualistico sulla base di una presunta parità fra i contraenti del rapporto, cioè tra medico e paziente. Ma tutto ciò altera l'identità delle due figure in gioco. Il medico, da professionista che agisce nell’interesse e nel bene della salute del paziente, è degradato ad essere un esecutore delle volontà del paziente. Il rapporto virtuosamente asimmetrico tra medico e pazienteIn questo modello il medico potrà essere anche abilissimo tecnicamente, ma sarà sempre incompetente dal punto di vista decisionale. Il paziente, invece, diventa un puro cliente che può chiedere tutto al medico. In realtà, la parità tra i due contraenti non esiste, perché il medico “sa”, mentre il paziente, anche quando è perfettamente informato delle sue condizioni e delle possibilità terapeutiche, non è libero di sfuggire alla malattia e spesso è incapace di un confronto obiettivo con istanze morali e scientifiche. Il rapporto medico-paziente è un rapporto strutturalmente asimmetrico. Il medico, se non vuole essere ridotto a semplice erogatore di servizi, deve conservare la sua autonomia professionale e la sua dignità etica per cui, avendo di mira il bene e la vita del paziente, valuterà sempre se le richieste del paziente o il trattamento terapeutico adottato siano adeguati al caso concreto. Inoltre, se il medico non potesse fare riferimento al bene del paziente (ricerca della salute o eliminazione progressiva del dolore), non potrebbe sorgere l’alleanza solidaristica tra medico e paziente. Autonomia esasperata che lede la dignitàNel modello dell’alleanza terapeutica il medico terrà conto delle dichiarazioni espresse dal paziente, ma le potrà disattendere sulla base delle conoscenze e dei progressi della medicina e interpreterà le intenzioni del paziente all'interno del contesto in cui il paziente le ha manifestate. Inoltre, dobbiamo riconoscere che l'autonomia del paziente non può essere esasperata fino a farne un assoluto, perché spesso il paziente non è in grado di valutare appieno la sua malattia e lo sviluppo della scienza e dell'arte medica. Piuttosto è fondamentale che il medico si faccia carico dello stato complessivo del paziente suo interlocutore, creando tutte le condizioni perchè il paziente, mediante il dialogo, l'informazione e l'incoraggiamento, possa orientarsi verso la scelta migliore per la sua persona. Perciò, il testamento biologico, mentre sembra esaltare la libera scelta del malato, in realtà ne lede gravemente la dignità, perché il valore di un individuo umano, per quanto malato, non dipende dalla più o meno normale vita di relazione, che è in grado di vivere.Alimentazione e idratazione non sono terapieNel testo proposto si legge che il malato chiede «di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente». In pratica il malato che redige il testamento biologico si espone volontariamente, ma forse ne è ignaro, al rischio di morire di fame e di sete in quanto rinuncia all'idratazione e all'alimentazione mediante flebo. Proporre questo tipo di testamenti sarebbe un atto di solidarietà e di pietà? Le motivazioni addotte a favore del testamento biologico giocano su un’ambiguità: per evitare l'accanimento terapeutico si propone il testamento biologico, cioè la generica e vaga rinuncia a terapie. Tuttavia, mentre è moralmente lecito, anzi doveroso, sospendere tutti quegli atti diagnostici o/e terapeutici che si configurano come accanimento ostinato, non è mai lecito omettere di idratare e alimentare, perché idratare e alimentare non sono terapie. Se lo fossero, allora tutte le volte che ci sediamo a tavola ci sottoporremo a una terapia? Ma il testamento biologico è l'unica cosa che un oncologo può offrire a un malato in fase avanzata? Esistono delle alternative?Le pressioni eutanasicheLe proposte a favore del testamento biologico destano sconcerto. Nella sua genericità legittima l’abbandono terapeutico di molti malati che grazie alle moderne tecnologie potrebbero continuare a vivere e ad esprimere la loro personalità. Attenua la solidarietà umana e il vincolo morale e professionale che lega il medico al bene della persona malata. Spinge verso l’eutanasia volontaria e preventiva. Dal punto di vista sociale è particolarmente pericolosa perché le persone più anziane e più sole, più vulnerabili sarebbero più esposte al richiamo «di farla finita al più presto». D’altronde come ha riconosciuto un’associazione di psicologi olandesi dopo la legalizzazione dell’eutanasia, gli individui più vulnerabili avvertono una pressione, reale o immaginaria, che li spinge a richiedere di accelerare la morte e sono spesso assaliti dal dubbio di essere di peso alla società.La terapia del doloreLo sconcerto aumenta se pensiamo che la proposta è stata lanciata da un noto oncologo, il quale dovrebbe essere esperto nel lenire il dolore, se non è possibile la cura, e non nel suggerire una morte anticipata e dolorosa. Desta meraviglia anche il fatto che i mass media parlino tanto di eutanasia o di testamento biologico, mentre tacciono sui continui progressi nel trattamento del dolore, soprattutto grazie a un dosaggio calibrato di morfina. La proposta a favore del testamento biologico risulta deprimente. Mentre le proposte solidaristiche, che mirano ad accogliere le esigenze dei malati in fase acuta e avanzata, sono quelle che puntano sulla ricerca scientifica e farmacologica nel trattamento del dolore e sulla formazione di personale specializzato nel sostegno e nella cura dei malati e dei loro congiunti. Il principio che sorregge questo strumento è discutibile e la sua credibilità è più che dubbia, vista «la frequenza dei casi in cui il malato sconfessa il suo documento quando è giunta l’ora di applicarlo». La convenzione di biomedicina del Consiglio d’EuropaLa Convenzione di biomedicina, firmata dal Consiglio d’Europa a Oviedo il 20 settembre 1996, all’art. 9 afferma che «Saranno presi in considerazione i desideri espressi in precedenza in merito a un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà». Al paragrafo 62 del rapporto esplicativo di questa convenzione si afferma che tenere presenti i desideri del paziente non significa che essi debbano essere necessariamente eseguiti, perché potrebbero non aver tenuto conto dei progressi scientifici e delle nuove terapie disponibili.Il Comitato Nazionale per la BioeticaIl Comitato Nazionale per la Bioetica il 18 dicembre 2003 ha approvato il documento: Dichiarazioni anticipate di trattamento. Offre una visione positiva delle dichiarazioni anticipate presentandole come una legittima opportunità di «continuazione del dialogo», sia pure imperfetto, tra medico e paziente. Le dichiarazioni non possono servire a richiedere pratiche che siano contra legem, come tecniche eutanasiche. Il CNB indica due modalità per rendere più «efficaci» e meno astratti i contenuti: redigere le dichiarazioni 1) all’inizio della malattia o nel corso di essa quando si delineano meglio evoluzione e prognosi; 2) con l’assistenza del medico curante. In questo modo viene coinvolta l’integrità morale e la responsabilità deontologica del medico che assiste il suo paziente in questo delicato momento informativo. Le dichiarazioni non hanno carattere giuridico vincolante per il medico, proprio per questo è stata preferita la dizione «dichiarazioni» a «testamento di vita».Disporre del bene vitaLa meta molto probabile dell’introdurre il testamento biologico o le dichiarazioni anticipate di trattamento è disporre del bene vita, cioè disporre di un bene indisponibile e inalienabile di ogni essere umano. È verosimile che si voglia percorrere una strategia «carciofo»: prima mossa, ti faccio democraticamente scegliere come morire; seconda mossa, determiniamo in astratto quali sono quelle condizioni di vita insostenibili e non degne di essere vissute; terza mossa, alcuni decideranno quale vita è degna di essere vissuta e quale no.La vita ridotta a “vita biologica”Inoltre, il testamento biologico suppone che la vita sia solo la vita nel suo aspetto biologico. E gli altri aspetti della complessa esistenza umana? Altro timore è che queste leggi o i vari documenti di fine vita siano interpretati di fatto come un’apertura all’eutanasia passiva o all’abbandono del malato e che poi vengano usati a nostro danno personale, magari per risparmiare costi o liberare un letto. Infine, alla base di queste proposte del testamento biologico c’è una cultura del sospetto, il sospetto nei confronti del medico, come si stentasse a credere che oggi il medico sia in grado di assumere una decisione che miri al vero bene del paziente.Dietro la domanda di morte: solitudine e pauraDi fronte alle varie iniziative di introdurre più o meno apertamente forme di eutanasia è necessario ricordare che la domanda di morte espressa da un paziente va interpretata e che dietro di essa nella stragrande maggioranza dei casi si cela la domanda di aiuto e di non restare soli. Coloro che propongono la legalizzazione dell’eutanasia sono soliti portare esempi di singoli pazienti la cui decisione di morire sembra consolidata e irreversibile. Ma dobbiamo riconoscere che la situazione della stragrande maggioranza dei malati oncologici e in fin di vita è ben diversa: questi non chiedono di farsi uccidere, chiedono piuttosto di non essere abbandonati né dai parenti, né dagli amici, né dai medici. L’eutanasia si rivela perciò come la risposta sbagliata a un problema realmente drammatico. Esistono delle risposte umanamente eccellenti a questo problema, come le cure palliative, la sedazione del dolore, e l’accompagnamento verso la morte con senso di compassione e con prossimità, valori accettabili anche da chi non crede.Riduzionismo eutanasicoInoltre, l’eutanasia e il testamento biologico operano almeno due forme di riduzionismo: riducono la morte a una meccanica prassi burocratica e standardizzano casi clinici, ognuno dei quali ha una sua tipicità del tutto singolare; riducono impercettibilmente il medico da professionista che si obbliga nei confronti del malato a impiegare determinati mezzi al mero operatore che si obbliga a ottenere precisi risultati.Il tabù della morteÈ particolarmente urgente fugare qualsiasi tabù sulla morte e, anzi, riscoprire che il momento finale dell’esistenza è tanto carico di significato quanto la vita che lo ha preceduto. Se l’esistenza è stata qualitativamente alta, il momento della morte sarà altrettanto alto.La tentazione di distinguere vite degne e vite indegneAltrettanto urgente è assicurare da un lato la libertà di rifiutare le cure e dall’altro costruire un sistema di garanzie e cautele che non lascino adito a dubbi perché sbagliare in questo campo è un gesto senza rimedio e si chiama omicidio. Non insistere in terapie inutili è una buona e legittima scelta dettata dal buon senso e corrisponde a rifiutare l’accanimento: il medico si assume la responsabilità tipica del professionista di valutare insieme al paziente gli effettivi benefici della cura in quel concreto quadro clinico. Senza mai cedere alla tentazione di distinguere vite di qualità da vite non più degne di essere vissute, una civiltà umana degna di questo nome si sforzerà, per quanto è attualmente possibile, di garantire una alta qualità di vita anche ai malati che sono oramai giunti alla fine.Note1 Mirabel X., Tra rinuncia e accanimento terapeutico, cit., 45.2 Cf. il sito www.governo.it/bioetica/index.html. Per un commento si legga: BOMPIANI A., Le Dichiarazioni anticipate di trattamento del Comitato Nazionale per la Bioetica: l’ispirazione alla Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, in «Medicina e morale» 2004, 1115-1131.
Riflessioni sulle problematiche che riguardano l’introduzione del testamento di vita
(clicca qui per il dossier integrale: http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=19905&lan=ita )«A X affido il compito di rendere edotti i medici curanti dell’esistenza di questo testamento di vita con il quale, in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante, o malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione, chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente».È questa la proposta del testamento biologico presentata il 23 giugno 2006 dal prof. Veronesi non è una novità: è la copia conforme di un testo reso pubblico il 18 febbraio 1994 dalla British Medical Association e successivamente bocciato dalla Camera dei Lord di Londra.L’accanimento terapeutico è già vietatoLe dichiarazioni anticipate possono essere uno strumento per escludere l’accanimento terapeutico. Ma l’accanimento è concordemente condannato. Perciò che utilità hanno le dichiarazioni? Inoltre, non si può prevedere a tavolino in astratto un quadro clinico futuro e fissare dei limiti oltre i quali ci sarebbe accanimento.I dubbi sulle volontà espresse anticipatamenteCosa dire in merito al suo contenuto? Innanzitutto la prudenza che nasce dall'esperienza della vita concreta può fare tre obiezioni.1. Nessuna persona sana e nel pieno possesso delle facoltà mentali può sapere cosa si prova quando si è colpiti da una malattia incurabile e si è entrati nella fase avanzata di essa. Chi scrive il testamento è estraneo al vissuto della malattia. Perciò, invocare il principio del consenso informato per giustificare le dichiarazioni anticipate di trattamento rischia di essere fuorviante.2. Nessuno può prevedere con certezza quali saranno i progressi scientifici e medici nella diagnosi e nella cura di una particolare malattia. Terapie oggi penose per il malato, domani grazie ai progressi della tecnica potrebbero essere praticate con minori oneri. Perciò, il testamento reso oggi per un futuro prossimo o remoto potrebbe diventare impreciso o fuori luogo.3. Non è detto che le volontà che io oggi esprimo corrispondano esattamente a ciò che io desidererò quando sarò colpito da una malattia grave. Potrei aver cambiato idea e non aver avuto il tempo di manifestarlo. Posti tutti questi dubbi circa un bene fondamentale, com'è quello della vita, è doveroso astenersi da qualsiasi atto che possa pregiudicarla.Lo stravolgimento del rapporto medico-pazienteEntrando maggiormente nel merito, noteremo che il testamento biologico stravolge il rapporto medico-paziente. Infatti, esso rappresenta una delle estreme esasperazioni dell’autonomia del paziente. Rifiutando in modo deciso il modello paternalistico viene adottato il modello autonomistico o contrattualistico sulla base di una presunta parità fra i contraenti del rapporto, cioè tra medico e paziente. Ma tutto ciò altera l'identità delle due figure in gioco. Il medico, da professionista che agisce nell’interesse e nel bene della salute del paziente, è degradato ad essere un esecutore delle volontà del paziente. Il rapporto virtuosamente asimmetrico tra medico e pazienteIn questo modello il medico potrà essere anche abilissimo tecnicamente, ma sarà sempre incompetente dal punto di vista decisionale. Il paziente, invece, diventa un puro cliente che può chiedere tutto al medico. In realtà, la parità tra i due contraenti non esiste, perché il medico “sa”, mentre il paziente, anche quando è perfettamente informato delle sue condizioni e delle possibilità terapeutiche, non è libero di sfuggire alla malattia e spesso è incapace di un confronto obiettivo con istanze morali e scientifiche. Il rapporto medico-paziente è un rapporto strutturalmente asimmetrico. Il medico, se non vuole essere ridotto a semplice erogatore di servizi, deve conservare la sua autonomia professionale e la sua dignità etica per cui, avendo di mira il bene e la vita del paziente, valuterà sempre se le richieste del paziente o il trattamento terapeutico adottato siano adeguati al caso concreto. Inoltre, se il medico non potesse fare riferimento al bene del paziente (ricerca della salute o eliminazione progressiva del dolore), non potrebbe sorgere l’alleanza solidaristica tra medico e paziente. Autonomia esasperata che lede la dignitàNel modello dell’alleanza terapeutica il medico terrà conto delle dichiarazioni espresse dal paziente, ma le potrà disattendere sulla base delle conoscenze e dei progressi della medicina e interpreterà le intenzioni del paziente all'interno del contesto in cui il paziente le ha manifestate. Inoltre, dobbiamo riconoscere che l'autonomia del paziente non può essere esasperata fino a farne un assoluto, perché spesso il paziente non è in grado di valutare appieno la sua malattia e lo sviluppo della scienza e dell'arte medica. Piuttosto è fondamentale che il medico si faccia carico dello stato complessivo del paziente suo interlocutore, creando tutte le condizioni perchè il paziente, mediante il dialogo, l'informazione e l'incoraggiamento, possa orientarsi verso la scelta migliore per la sua persona. Perciò, il testamento biologico, mentre sembra esaltare la libera scelta del malato, in realtà ne lede gravemente la dignità, perché il valore di un individuo umano, per quanto malato, non dipende dalla più o meno normale vita di relazione, che è in grado di vivere.Alimentazione e idratazione non sono terapieNel testo proposto si legge che il malato chiede «di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente». In pratica il malato che redige il testamento biologico si espone volontariamente, ma forse ne è ignaro, al rischio di morire di fame e di sete in quanto rinuncia all'idratazione e all'alimentazione mediante flebo. Proporre questo tipo di testamenti sarebbe un atto di solidarietà e di pietà? Le motivazioni addotte a favore del testamento biologico giocano su un’ambiguità: per evitare l'accanimento terapeutico si propone il testamento biologico, cioè la generica e vaga rinuncia a terapie. Tuttavia, mentre è moralmente lecito, anzi doveroso, sospendere tutti quegli atti diagnostici o/e terapeutici che si configurano come accanimento ostinato, non è mai lecito omettere di idratare e alimentare, perché idratare e alimentare non sono terapie. Se lo fossero, allora tutte le volte che ci sediamo a tavola ci sottoporremo a una terapia? Ma il testamento biologico è l'unica cosa che un oncologo può offrire a un malato in fase avanzata? Esistono delle alternative?Le pressioni eutanasicheLe proposte a favore del testamento biologico destano sconcerto. Nella sua genericità legittima l’abbandono terapeutico di molti malati che grazie alle moderne tecnologie potrebbero continuare a vivere e ad esprimere la loro personalità. Attenua la solidarietà umana e il vincolo morale e professionale che lega il medico al bene della persona malata. Spinge verso l’eutanasia volontaria e preventiva. Dal punto di vista sociale è particolarmente pericolosa perché le persone più anziane e più sole, più vulnerabili sarebbero più esposte al richiamo «di farla finita al più presto». D’altronde come ha riconosciuto un’associazione di psicologi olandesi dopo la legalizzazione dell’eutanasia, gli individui più vulnerabili avvertono una pressione, reale o immaginaria, che li spinge a richiedere di accelerare la morte e sono spesso assaliti dal dubbio di essere di peso alla società.La terapia del doloreLo sconcerto aumenta se pensiamo che la proposta è stata lanciata da un noto oncologo, il quale dovrebbe essere esperto nel lenire il dolore, se non è possibile la cura, e non nel suggerire una morte anticipata e dolorosa. Desta meraviglia anche il fatto che i mass media parlino tanto di eutanasia o di testamento biologico, mentre tacciono sui continui progressi nel trattamento del dolore, soprattutto grazie a un dosaggio calibrato di morfina. La proposta a favore del testamento biologico risulta deprimente. Mentre le proposte solidaristiche, che mirano ad accogliere le esigenze dei malati in fase acuta e avanzata, sono quelle che puntano sulla ricerca scientifica e farmacologica nel trattamento del dolore e sulla formazione di personale specializzato nel sostegno e nella cura dei malati e dei loro congiunti. Il principio che sorregge questo strumento è discutibile e la sua credibilità è più che dubbia, vista «la frequenza dei casi in cui il malato sconfessa il suo documento quando è giunta l’ora di applicarlo». La convenzione di biomedicina del Consiglio d’EuropaLa Convenzione di biomedicina, firmata dal Consiglio d’Europa a Oviedo il 20 settembre 1996, all’art. 9 afferma che «Saranno presi in considerazione i desideri espressi in precedenza in merito a un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà». Al paragrafo 62 del rapporto esplicativo di questa convenzione si afferma che tenere presenti i desideri del paziente non significa che essi debbano essere necessariamente eseguiti, perché potrebbero non aver tenuto conto dei progressi scientifici e delle nuove terapie disponibili.Il Comitato Nazionale per la BioeticaIl Comitato Nazionale per la Bioetica il 18 dicembre 2003 ha approvato il documento: Dichiarazioni anticipate di trattamento. Offre una visione positiva delle dichiarazioni anticipate presentandole come una legittima opportunità di «continuazione del dialogo», sia pure imperfetto, tra medico e paziente. Le dichiarazioni non possono servire a richiedere pratiche che siano contra legem, come tecniche eutanasiche. Il CNB indica due modalità per rendere più «efficaci» e meno astratti i contenuti: redigere le dichiarazioni 1) all’inizio della malattia o nel corso di essa quando si delineano meglio evoluzione e prognosi; 2) con l’assistenza del medico curante. In questo modo viene coinvolta l’integrità morale e la responsabilità deontologica del medico che assiste il suo paziente in questo delicato momento informativo. Le dichiarazioni non hanno carattere giuridico vincolante per il medico, proprio per questo è stata preferita la dizione «dichiarazioni» a «testamento di vita».Disporre del bene vitaLa meta molto probabile dell’introdurre il testamento biologico o le dichiarazioni anticipate di trattamento è disporre del bene vita, cioè disporre di un bene indisponibile e inalienabile di ogni essere umano. È verosimile che si voglia percorrere una strategia «carciofo»: prima mossa, ti faccio democraticamente scegliere come morire; seconda mossa, determiniamo in astratto quali sono quelle condizioni di vita insostenibili e non degne di essere vissute; terza mossa, alcuni decideranno quale vita è degna di essere vissuta e quale no.La vita ridotta a “vita biologica”Inoltre, il testamento biologico suppone che la vita sia solo la vita nel suo aspetto biologico. E gli altri aspetti della complessa esistenza umana? Altro timore è che queste leggi o i vari documenti di fine vita siano interpretati di fatto come un’apertura all’eutanasia passiva o all’abbandono del malato e che poi vengano usati a nostro danno personale, magari per risparmiare costi o liberare un letto. Infine, alla base di queste proposte del testamento biologico c’è una cultura del sospetto, il sospetto nei confronti del medico, come si stentasse a credere che oggi il medico sia in grado di assumere una decisione che miri al vero bene del paziente.Dietro la domanda di morte: solitudine e pauraDi fronte alle varie iniziative di introdurre più o meno apertamente forme di eutanasia è necessario ricordare che la domanda di morte espressa da un paziente va interpretata e che dietro di essa nella stragrande maggioranza dei casi si cela la domanda di aiuto e di non restare soli. Coloro che propongono la legalizzazione dell’eutanasia sono soliti portare esempi di singoli pazienti la cui decisione di morire sembra consolidata e irreversibile. Ma dobbiamo riconoscere che la situazione della stragrande maggioranza dei malati oncologici e in fin di vita è ben diversa: questi non chiedono di farsi uccidere, chiedono piuttosto di non essere abbandonati né dai parenti, né dagli amici, né dai medici. L’eutanasia si rivela perciò come la risposta sbagliata a un problema realmente drammatico. Esistono delle risposte umanamente eccellenti a questo problema, come le cure palliative, la sedazione del dolore, e l’accompagnamento verso la morte con senso di compassione e con prossimità, valori accettabili anche da chi non crede.Riduzionismo eutanasicoInoltre, l’eutanasia e il testamento biologico operano almeno due forme di riduzionismo: riducono la morte a una meccanica prassi burocratica e standardizzano casi clinici, ognuno dei quali ha una sua tipicità del tutto singolare; riducono impercettibilmente il medico da professionista che si obbliga nei confronti del malato a impiegare determinati mezzi al mero operatore che si obbliga a ottenere precisi risultati.Il tabù della morteÈ particolarmente urgente fugare qualsiasi tabù sulla morte e, anzi, riscoprire che il momento finale dell’esistenza è tanto carico di significato quanto la vita che lo ha preceduto. Se l’esistenza è stata qualitativamente alta, il momento della morte sarà altrettanto alto.La tentazione di distinguere vite degne e vite indegneAltrettanto urgente è assicurare da un lato la libertà di rifiutare le cure e dall’altro costruire un sistema di garanzie e cautele che non lascino adito a dubbi perché sbagliare in questo campo è un gesto senza rimedio e si chiama omicidio. Non insistere in terapie inutili è una buona e legittima scelta dettata dal buon senso e corrisponde a rifiutare l’accanimento: il medico si assume la responsabilità tipica del professionista di valutare insieme al paziente gli effettivi benefici della cura in quel concreto quadro clinico. Senza mai cedere alla tentazione di distinguere vite di qualità da vite non più degne di essere vissute, una civiltà umana degna di questo nome si sforzerà, per quanto è attualmente possibile, di garantire una alta qualità di vita anche ai malati che sono oramai giunti alla fine.Note1 Mirabel X., Tra rinuncia e accanimento terapeutico, cit., 45.2 Cf. il sito www.governo.it/bioetica/index.html. Per un commento si legga: BOMPIANI A., Le Dichiarazioni anticipate di trattamento del Comitato Nazionale per la Bioetica: l’ispirazione alla Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina, in «Medicina e morale» 2004, 1115-1131.
Donne e lavoro: il prezzo del pregiudizio
Donne e lavoro: il prezzo del pregiudizio
di Andrea Bassanini, Anne Saint-Martin e Stefano Scarpetta, lavoce.info 2 luglio 2008
La scarsa occupazione è dovuta ad assenza di servizi per la famiglia e a pratiche discriminatorie
In Italia solo il 46 per cento delle donne in età lavorativa ha un lavoro, uno dei livelli più bassi tra i paesi Ocse, superiore solo a quello di Messico e Turchia.Pochi asili nido e detrazioni fiscali insufficienti per le famiglieUn tasso di occupazione così basso è innanzitutto il risultato della scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, dovuta a fattori ben noti, compresa la scarsa disponibilità di asili nido e altre strutture di supporto alle famiglie e l’insufficienza delle detrazioni fiscali a favore di coppie multi-reddito. La scarsa partecipazione femminile non è tuttavia l’unico fattore. Le opportunità di lavoro offerte alle donne tendono a essere meno attraenti di quelle offerte agli uomini. Per esempio, ancora nel 2005 il 15 per cento delle donne tra i 25 e i 49 anni aveva un contratto di durata determinata, contro il 9 per cento degli uomini nella stessa fascia di età (figura 1). Inoltre, come in altri paesi Ocse, le donne, pur a parità di qualificazione, tendono a essere pagate molto meno degli uomini. In altre parole, seppure negli ultimi anni si è visto un numero crescente di donne accedere a posti di comando nelle imprese e nella vita pubblica, anche in Italia, esistono ancora barriere più o meno visibili che limitano il completo inserimento delle donne nel mondo del lavoro.Diversità di trattamento in base al sessoDiversi fattori entrano in campo per spiegare questi differenziali nell’accesso al lavoro e nelle retribuzioni tra donne e uomini pur con qualificazioni simili. Il primo è sicuramente il campo di specializzazione professionale: le donne tendono a concentrarsi in settori a più bassa produttività e più soggetti a fluttuazioni della domanda dove i contratti a durata determinata sono prevalenti. Ma anche negli studi empirici che tengono conto di questi, e altri, fattori “oggettivi”, una parte rilevante (circa un quarto) dei differenziali nei tassi d’occupazione e nelle retribuzioni non può essere attribuito a caratteristiche individuali. Sia negli avanzamenti professionali che nelle assunzioni, esistono “soffitti di vetro” e “porte di vetro” che penalizzano le donne, e sono, entro certi limiti, dovuti a pratiche discriminatorie nel mercato del lavoro, vale a dire a una diversità di trattamento tra individui ugualmente produttivi unicamente a causa della loro appartenenza a gruppi diversi, quali il sesso.
Figura 1. Proporzione degli occupati con contratti a durata determinata, 2005
La liberalizzazione dei mercati fa diminuire la discriminazione?Identificare pratiche discriminatorie nel mercato del lavoro non è semplice. (1) Un approccio utilizzato in letteratura, e suggerito originariamente dal premio nobel Gary Becker nel 1957, consiste nell’analizzare l’effetto che un aumento nel grado di concorrenza nei mercati di beni e servizi ha sulle disparità di salario o occupazione tra sessi (o razze). Becker, infatti, suggerì che se la discriminazione è basata su pregiudizi da parte dei datori di lavoro, ed è quindi inefficiente, una maggiore concorrenza, riducendo i margini di profitto, ridurrebbe altresì la possibilità per le imprese di usare pratiche discriminatorie, pena la perdita di quote di mercato e il rischio di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’impresa stessa.Una ricerca Ocse mostra che le pratiche discriminatorie persistonoUna ricerca pubblicata nelle Prospettive occupazionali dell’Ocse mette in relazione la liberalizzazione dei mercati di beni e servizi di 21 paesi Ocse tra il 1975 e il 2003 con le disparità d’occupazione e salario tra uomini e donne. (2) Se Becker ha ragione, ci si dovrebbe aspettare che la maggiore concorrenza generata da liberalizzazioni e privatizzazioni abbia portato a una riduzione nei differenziali d’occupazione e di retribuzione con effetti più marcati là dove l’effetto delle riforme è stato maggiore. Lo studio tiene conto di un insieme di altri fattori che possono incidere sui differenziali, tra cui l’evoluzione della domanda di lavoro aggregata, il differenziale di partecipazione tra i sessi, l’evoluzione del potere di negoziazione dei lavoratori, e il secolare aumento della parte dei servizi nell’economia. I risultati sono sorprendenti: circa l’8 per cento delle disparità d’occupazione (e fino al 30 per cento delle disparità di salario orario) possono essere associate a pratiche discriminatorie.Legislazione antidiscriminatoria: la situazione italianaSe la progressiva liberalizzazione dell’economia può contribuire a ridurre le discriminazioni sul lavoro, una rigorosa legislazione è uno strumento irrinunciabile. Ma la legislazione può agire da deterrente solo se è efficacemente applicata. Il problema è che in molti paesi, tra cui l’Italia, l’approccio legale è essenzialmente volontaristico: la repressione della discriminazione dipende principalmente dalla volontà delle vittime di sporgere querela. Un requisito prioritario è dunque che i cittadini siano informati dei loro diritti, in modo da poterli far valere. Tuttavia, gli italiani appaiono particolarmente mal informati sull’illegalità di certe pratiche: per esempio del fatto che la legge proibisce di discriminare al momento dell’assunzione (figura 2). Questo mette in luce la forte necessità di promuovere campagne d’informazione tra l’opinione pubblica.
Figura 2. Meno del 30% degli italiani sa che discriminare al momento dell’assunzione è illegale
Inoltre, per la vittima deve essere possibile poter portare avanti una causa di discriminazione sino alla sentenza finale del tribunale. Ma dimostrare la sussistenza di pratiche discriminatorie non è banale, perché l’informazione è in generale esclusivamente nelle mani dei datori di lavoro.Al querelante l’onere della prova, ma non è facileIn alcuni paesi, per esempio Australia, Canada e Stati Uniti, autorità indipendenti svolgono vere e proprie indagini, il che permette di sormontare il problema. I paesi europei, inclusa l’Italia per la discriminazione sessuale, hanno optato per il principio dello spostamento dell’onere della prova: il querelante deve provare solo l’esistenza di una diversità di trattamento, potenzialmente dovuta a discriminazione, mentre il datore di lavoro ha l’onere di provare che tale trattamento non è il risultato di pratiche discriminatorie. Tuttavia, anche provare un trattamento diverso può essere proibitivo per il querelante. In particolare in Italia, perché, al contrario di molti altri paesi, nessuna protezione speciale è accordata a testimoni, per esempio colleghi, contro possibili ritorsioni del datore di lavoro.Sanzioni efficaciDue altri fattori appaiono cruciali per dare al divieto di discriminare un efficace potere deterrente, ed entrambi sono sostanzialmente assenti o inutilizzati in Italia. Primo, la repressione della discriminazione è più efficace se non è basata solo su un meccanismo volontaristico, ma sull’attività di autorità competenti a compiere indagini anche in assenza di querele individuali, come avviene in Canada, Gran Bretagna, Norvegia o Stati Uniti. Secondo, l’impresa riconosciuta colpevole di discriminazione deve poter essere sanzionata al di là della compensazione finanziaria dovuta alla vittima. Negli Stati Uniti, per esempio, certi studi mostrano che l’introduzione della pena di esclusione dai contratti pubblici ha avuto un enorme impatto. Una norma simile esiste da parecchi anni nell’ordinamento italiano, ma non è mai stata applicata.Note(1) Per esempio, gli studi sperimentali, come i cosiddetti test situazionali, che sono molto popolari nel caso della discriminazione razziale, possono difficilmente fornire un’idea dell’effetto aggregato della discriminazione, soprattutto nel caso uomo-donna. È ben noto che in un certo numero di professioni le imprese preferiscono le donne e non gli uomini – si pensi per esempio a un posto da segretaria. Quindi, nel caso della discriminazione basata sul sesso, i test situazionali sono, inevitabilmente, affetti dal tipo di professione inclusa nel campione.(2) Oecd Employment Outlook 2008, Capitolo 3. www.oecd.org/els/employment/outlook.
di Andrea Bassanini, Anne Saint-Martin e Stefano Scarpetta, lavoce.info 2 luglio 2008
La scarsa occupazione è dovuta ad assenza di servizi per la famiglia e a pratiche discriminatorie
In Italia solo il 46 per cento delle donne in età lavorativa ha un lavoro, uno dei livelli più bassi tra i paesi Ocse, superiore solo a quello di Messico e Turchia.Pochi asili nido e detrazioni fiscali insufficienti per le famiglieUn tasso di occupazione così basso è innanzitutto il risultato della scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, dovuta a fattori ben noti, compresa la scarsa disponibilità di asili nido e altre strutture di supporto alle famiglie e l’insufficienza delle detrazioni fiscali a favore di coppie multi-reddito. La scarsa partecipazione femminile non è tuttavia l’unico fattore. Le opportunità di lavoro offerte alle donne tendono a essere meno attraenti di quelle offerte agli uomini. Per esempio, ancora nel 2005 il 15 per cento delle donne tra i 25 e i 49 anni aveva un contratto di durata determinata, contro il 9 per cento degli uomini nella stessa fascia di età (figura 1). Inoltre, come in altri paesi Ocse, le donne, pur a parità di qualificazione, tendono a essere pagate molto meno degli uomini. In altre parole, seppure negli ultimi anni si è visto un numero crescente di donne accedere a posti di comando nelle imprese e nella vita pubblica, anche in Italia, esistono ancora barriere più o meno visibili che limitano il completo inserimento delle donne nel mondo del lavoro.Diversità di trattamento in base al sessoDiversi fattori entrano in campo per spiegare questi differenziali nell’accesso al lavoro e nelle retribuzioni tra donne e uomini pur con qualificazioni simili. Il primo è sicuramente il campo di specializzazione professionale: le donne tendono a concentrarsi in settori a più bassa produttività e più soggetti a fluttuazioni della domanda dove i contratti a durata determinata sono prevalenti. Ma anche negli studi empirici che tengono conto di questi, e altri, fattori “oggettivi”, una parte rilevante (circa un quarto) dei differenziali nei tassi d’occupazione e nelle retribuzioni non può essere attribuito a caratteristiche individuali. Sia negli avanzamenti professionali che nelle assunzioni, esistono “soffitti di vetro” e “porte di vetro” che penalizzano le donne, e sono, entro certi limiti, dovuti a pratiche discriminatorie nel mercato del lavoro, vale a dire a una diversità di trattamento tra individui ugualmente produttivi unicamente a causa della loro appartenenza a gruppi diversi, quali il sesso.
Figura 1. Proporzione degli occupati con contratti a durata determinata, 2005
La liberalizzazione dei mercati fa diminuire la discriminazione?Identificare pratiche discriminatorie nel mercato del lavoro non è semplice. (1) Un approccio utilizzato in letteratura, e suggerito originariamente dal premio nobel Gary Becker nel 1957, consiste nell’analizzare l’effetto che un aumento nel grado di concorrenza nei mercati di beni e servizi ha sulle disparità di salario o occupazione tra sessi (o razze). Becker, infatti, suggerì che se la discriminazione è basata su pregiudizi da parte dei datori di lavoro, ed è quindi inefficiente, una maggiore concorrenza, riducendo i margini di profitto, ridurrebbe altresì la possibilità per le imprese di usare pratiche discriminatorie, pena la perdita di quote di mercato e il rischio di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’impresa stessa.Una ricerca Ocse mostra che le pratiche discriminatorie persistonoUna ricerca pubblicata nelle Prospettive occupazionali dell’Ocse mette in relazione la liberalizzazione dei mercati di beni e servizi di 21 paesi Ocse tra il 1975 e il 2003 con le disparità d’occupazione e salario tra uomini e donne. (2) Se Becker ha ragione, ci si dovrebbe aspettare che la maggiore concorrenza generata da liberalizzazioni e privatizzazioni abbia portato a una riduzione nei differenziali d’occupazione e di retribuzione con effetti più marcati là dove l’effetto delle riforme è stato maggiore. Lo studio tiene conto di un insieme di altri fattori che possono incidere sui differenziali, tra cui l’evoluzione della domanda di lavoro aggregata, il differenziale di partecipazione tra i sessi, l’evoluzione del potere di negoziazione dei lavoratori, e il secolare aumento della parte dei servizi nell’economia. I risultati sono sorprendenti: circa l’8 per cento delle disparità d’occupazione (e fino al 30 per cento delle disparità di salario orario) possono essere associate a pratiche discriminatorie.Legislazione antidiscriminatoria: la situazione italianaSe la progressiva liberalizzazione dell’economia può contribuire a ridurre le discriminazioni sul lavoro, una rigorosa legislazione è uno strumento irrinunciabile. Ma la legislazione può agire da deterrente solo se è efficacemente applicata. Il problema è che in molti paesi, tra cui l’Italia, l’approccio legale è essenzialmente volontaristico: la repressione della discriminazione dipende principalmente dalla volontà delle vittime di sporgere querela. Un requisito prioritario è dunque che i cittadini siano informati dei loro diritti, in modo da poterli far valere. Tuttavia, gli italiani appaiono particolarmente mal informati sull’illegalità di certe pratiche: per esempio del fatto che la legge proibisce di discriminare al momento dell’assunzione (figura 2). Questo mette in luce la forte necessità di promuovere campagne d’informazione tra l’opinione pubblica.
Figura 2. Meno del 30% degli italiani sa che discriminare al momento dell’assunzione è illegale
Inoltre, per la vittima deve essere possibile poter portare avanti una causa di discriminazione sino alla sentenza finale del tribunale. Ma dimostrare la sussistenza di pratiche discriminatorie non è banale, perché l’informazione è in generale esclusivamente nelle mani dei datori di lavoro.Al querelante l’onere della prova, ma non è facileIn alcuni paesi, per esempio Australia, Canada e Stati Uniti, autorità indipendenti svolgono vere e proprie indagini, il che permette di sormontare il problema. I paesi europei, inclusa l’Italia per la discriminazione sessuale, hanno optato per il principio dello spostamento dell’onere della prova: il querelante deve provare solo l’esistenza di una diversità di trattamento, potenzialmente dovuta a discriminazione, mentre il datore di lavoro ha l’onere di provare che tale trattamento non è il risultato di pratiche discriminatorie. Tuttavia, anche provare un trattamento diverso può essere proibitivo per il querelante. In particolare in Italia, perché, al contrario di molti altri paesi, nessuna protezione speciale è accordata a testimoni, per esempio colleghi, contro possibili ritorsioni del datore di lavoro.Sanzioni efficaciDue altri fattori appaiono cruciali per dare al divieto di discriminare un efficace potere deterrente, ed entrambi sono sostanzialmente assenti o inutilizzati in Italia. Primo, la repressione della discriminazione è più efficace se non è basata solo su un meccanismo volontaristico, ma sull’attività di autorità competenti a compiere indagini anche in assenza di querele individuali, come avviene in Canada, Gran Bretagna, Norvegia o Stati Uniti. Secondo, l’impresa riconosciuta colpevole di discriminazione deve poter essere sanzionata al di là della compensazione finanziaria dovuta alla vittima. Negli Stati Uniti, per esempio, certi studi mostrano che l’introduzione della pena di esclusione dai contratti pubblici ha avuto un enorme impatto. Una norma simile esiste da parecchi anni nell’ordinamento italiano, ma non è mai stata applicata.Note(1) Per esempio, gli studi sperimentali, come i cosiddetti test situazionali, che sono molto popolari nel caso della discriminazione razziale, possono difficilmente fornire un’idea dell’effetto aggregato della discriminazione, soprattutto nel caso uomo-donna. È ben noto che in un certo numero di professioni le imprese preferiscono le donne e non gli uomini – si pensi per esempio a un posto da segretaria. Quindi, nel caso della discriminazione basata sul sesso, i test situazionali sono, inevitabilmente, affetti dal tipo di professione inclusa nel campione.(2) Oecd Employment Outlook 2008, Capitolo 3. www.oecd.org/els/employment/outlook.
sabato 10 novembre 2007
Evoluzionismo: solo una teoria
Un manuale di biologia senza lo schema scimmia-uomo
di Marco Respinti, Il Foglio 7 novembre 2007
Un pool di scienziati analizza i limiti dell’evoluzionismo usando solo la scienza
I presupposti del darwinismo sono ancora da dimostrareLunedì al Festival della Scienza di Palazzo Ducale a Genova, lo ha detto piuttosto decisamente Massimo Piattelli Palmarini, scienziato cognitivo che si divide fra Università San Raffaele e Università dell’Arizona (sul tema annuncia addirittura un libro intero, che sta scrivendo con il collega statunitense, ateo, ateissimo, Jerry Fodor, filosofo della mente). Il neodarwinismo, dice Piattelli Palmarini (cioè il makeup con cui l’evoluzionismo si è rifatto la cera a fronte degli scacchi mossigli dalla genetica), si fonda su ciò che invece è ancora tutto da dimostrare. Le perplessità scientifiche sulla “selezione naturale”Il concetto di “selezione naturale” (perno irrinunciabile di darwinismo e neodarwinismo) è piuttosto vago e quando va bene astratto. E le scoperte più recenti contaddicono il dogmatismo tetragono con cui i neodarwinisti difendono in modo trinariciuto i segreti de “L’origine della specie”. Insomma, l’evoluzionismo è una ipotesi che fa acqua da molti pori e i suoi fondamenti si contraddicono l’un l’altro (“selezione naturale” come scelta operata assieme da natura e caso cieco). Altro che scienza. Sul punto il dibattito fiorisce da tempo e la letteratura cresce. In pochi anni i titoli che mettono in crisi questo o quel punto dell’impianto teoretico evoluzionistico (senza per questo essere però automaticamente ascrivibili al “creazionismo” o persino alla più “morbida” idea del “progetto intelligente”) si sono moltiplicati rapidamente; e se fare dell’antidarwinismo resta ancora sempre piuttosto scorretto, politicamente parlando, la cosa appare comunque oggi un tantino meno scriteriata che non solo qualche tempo fa. La parola agli addetti ai lavoriIl salto vero di qualità è venuto peraltro quando del tema si sono messi a trattare seriamente dei veri addetti ai lavori, scienziati autentici (biochimici, cosmologi, paleontologi, antropologi) i quali sono venuti così ad affiancarsi a divulgatori di buon spirito ma magari di poche conoscenze specifiche e a confortare quei pionieri per lungo tempo lasciati soli a combattere una buona battaglia che però a molti sembrava una carica contro i mulini a vento. Due nomi per tutti, e italiani, Giuseppe Sermonti, genetista, e Roberto Fondi, paleontologo.Un testo che parla di scienza e solo di scienzaDi libri così ne è appena uscito un altro, che però non è solo un libro in più da archiviare sullo scaffale appropriato. Si tratta di “Evoluzione. Un trattato critico. Certezza dei fatti e diversità delle interpretazioni”. Lo pubblica l’editore Gribaudi di Milano con prefazione di Fernando De Angelis. Ne sono autori un pool di scienziati (chimici, paleontologi, biologi, antropologi, informatici, botanici, embriologi) coordinati dai due curatori dell’opera, scienziati pure loro, Reinhard Junker e Siegfried Scherer, entrambi biologi e quest’ultimo citato da Papa Ratzinger come esempio di scienza non darwinista. Ebbene era il testo che attendevamo, tutti. Il “noi” qui non è maiestatico, ma un soggetto collettivo che comprende sia darwinisti sia antidarwinisti, critici e partigiani, credenti e non, scienziati e profani, possibilisti, dubbiosi e rigoristi. Era il testo che tutti attendevamo perché si tratta di un libro di biologia che anzitutto si occupa della materia in oggetto, la vita organica sul pianeta Terra, lasciando ad altra sede l’approccio polemico e critico. E questo dovrebbe far davvero contenti un po’ tutti. Che i fatti biologici vengano cioè presi in considerazione per quello che sono e che dicono oggettivamente, prima e al di là di ogni considerazione ulteriore, è cosa che di per sé dovrebbe risultare gradita a ogni partito.Il libro fa luce su alcune teorie infondateIl libro in questione nasce in Germania nel 1998 e oggi è giunto alla sesta edizione. Su questa è stata condotta la versione italiana, la prima. Tedesco è lo stile del libro, tedesco l’approccio che esso segue, tedesca l’assoluta serietà dell’analisi che propone, rigorosamente tecnica senza mai essere solo tecnicistica. Il suo pregio, enorme, è quello di descrivere (quindi non solo di affermare) cose diverse rispetto a quelle che normalmente si leggono sui testi di genere, consuetamente improntate a un secco determinismo a supporto del quale non esistono però riscontri empirici. La squadra di specialisti coordinata da Junker e Scherer questo infatti anzitutto e soprattutto fa. Ricorda, e mostra, come infondata sia per esempio la pretesa di far derivare la vita organica dalla materia inanimata, di come i fossili non attestino affatto specie viventi in fase di mutazione (a metà insomma, in transizione) ma solo specie in sé conchiuse, di come giocare con le permutazioni genetiche possa pure risultare affascinante ma comunque sia assai poco sfruttabile per desumerne il concetto di speciazione macroevolutivo caro a ogni tipo di darwinisti, e via di questo passo.Un libro didattico basto sull’onestà scientificaIl tutto usando la biologia e solo la biologia. Il libro lo mostra raccontando infatti quel che la scienza ha fin qui accertato, quel che la scienza non sa (ancora?) dire, quel che la scienza non può invece (“statutariamente”) dire. Un gran bel libro, insomma, e utile. Ma il suo maggior vantaggio è l’essere un libro pensato appositamente per la didattica. Ha figure (tante, belle, colorate), schemi e schemini a iosa, diagrammi e alberi genealogici in abbondanza, specimen e illustrazioni. E poi riassuntini, esplosi, box e boxini, utili all’insegnamento, all’apprendimento, alla memorizzazione. È cioè un testo nato per le scuole e che nelle scuole di ogni ordine e grado (lo si può infatti leggere e insegnare a più livelli) farebbe un gran bene a tutti, se insuperabili non fossero quelle forche caudine ministeriali che detengono la prima e l’ultima parola sull’adottabilità di un determinato testo in aula. Forse il testo non potrà mai ufficialmente figurare sui banchi delle scuole, ma costituisce una superba lezione di scienza, di metodo scientifico, di ragione intelligente. L’unica sua partigianeria è quella di raccontare le cose esattamente come gli specialisti le conoscono. Il resto è solo letteratura, talvolta di pessima qualità.
di Marco Respinti, Il Foglio 7 novembre 2007
Un pool di scienziati analizza i limiti dell’evoluzionismo usando solo la scienza
I presupposti del darwinismo sono ancora da dimostrareLunedì al Festival della Scienza di Palazzo Ducale a Genova, lo ha detto piuttosto decisamente Massimo Piattelli Palmarini, scienziato cognitivo che si divide fra Università San Raffaele e Università dell’Arizona (sul tema annuncia addirittura un libro intero, che sta scrivendo con il collega statunitense, ateo, ateissimo, Jerry Fodor, filosofo della mente). Il neodarwinismo, dice Piattelli Palmarini (cioè il makeup con cui l’evoluzionismo si è rifatto la cera a fronte degli scacchi mossigli dalla genetica), si fonda su ciò che invece è ancora tutto da dimostrare. Le perplessità scientifiche sulla “selezione naturale”Il concetto di “selezione naturale” (perno irrinunciabile di darwinismo e neodarwinismo) è piuttosto vago e quando va bene astratto. E le scoperte più recenti contaddicono il dogmatismo tetragono con cui i neodarwinisti difendono in modo trinariciuto i segreti de “L’origine della specie”. Insomma, l’evoluzionismo è una ipotesi che fa acqua da molti pori e i suoi fondamenti si contraddicono l’un l’altro (“selezione naturale” come scelta operata assieme da natura e caso cieco). Altro che scienza. Sul punto il dibattito fiorisce da tempo e la letteratura cresce. In pochi anni i titoli che mettono in crisi questo o quel punto dell’impianto teoretico evoluzionistico (senza per questo essere però automaticamente ascrivibili al “creazionismo” o persino alla più “morbida” idea del “progetto intelligente”) si sono moltiplicati rapidamente; e se fare dell’antidarwinismo resta ancora sempre piuttosto scorretto, politicamente parlando, la cosa appare comunque oggi un tantino meno scriteriata che non solo qualche tempo fa. La parola agli addetti ai lavoriIl salto vero di qualità è venuto peraltro quando del tema si sono messi a trattare seriamente dei veri addetti ai lavori, scienziati autentici (biochimici, cosmologi, paleontologi, antropologi) i quali sono venuti così ad affiancarsi a divulgatori di buon spirito ma magari di poche conoscenze specifiche e a confortare quei pionieri per lungo tempo lasciati soli a combattere una buona battaglia che però a molti sembrava una carica contro i mulini a vento. Due nomi per tutti, e italiani, Giuseppe Sermonti, genetista, e Roberto Fondi, paleontologo.Un testo che parla di scienza e solo di scienzaDi libri così ne è appena uscito un altro, che però non è solo un libro in più da archiviare sullo scaffale appropriato. Si tratta di “Evoluzione. Un trattato critico. Certezza dei fatti e diversità delle interpretazioni”. Lo pubblica l’editore Gribaudi di Milano con prefazione di Fernando De Angelis. Ne sono autori un pool di scienziati (chimici, paleontologi, biologi, antropologi, informatici, botanici, embriologi) coordinati dai due curatori dell’opera, scienziati pure loro, Reinhard Junker e Siegfried Scherer, entrambi biologi e quest’ultimo citato da Papa Ratzinger come esempio di scienza non darwinista. Ebbene era il testo che attendevamo, tutti. Il “noi” qui non è maiestatico, ma un soggetto collettivo che comprende sia darwinisti sia antidarwinisti, critici e partigiani, credenti e non, scienziati e profani, possibilisti, dubbiosi e rigoristi. Era il testo che tutti attendevamo perché si tratta di un libro di biologia che anzitutto si occupa della materia in oggetto, la vita organica sul pianeta Terra, lasciando ad altra sede l’approccio polemico e critico. E questo dovrebbe far davvero contenti un po’ tutti. Che i fatti biologici vengano cioè presi in considerazione per quello che sono e che dicono oggettivamente, prima e al di là di ogni considerazione ulteriore, è cosa che di per sé dovrebbe risultare gradita a ogni partito.Il libro fa luce su alcune teorie infondateIl libro in questione nasce in Germania nel 1998 e oggi è giunto alla sesta edizione. Su questa è stata condotta la versione italiana, la prima. Tedesco è lo stile del libro, tedesco l’approccio che esso segue, tedesca l’assoluta serietà dell’analisi che propone, rigorosamente tecnica senza mai essere solo tecnicistica. Il suo pregio, enorme, è quello di descrivere (quindi non solo di affermare) cose diverse rispetto a quelle che normalmente si leggono sui testi di genere, consuetamente improntate a un secco determinismo a supporto del quale non esistono però riscontri empirici. La squadra di specialisti coordinata da Junker e Scherer questo infatti anzitutto e soprattutto fa. Ricorda, e mostra, come infondata sia per esempio la pretesa di far derivare la vita organica dalla materia inanimata, di come i fossili non attestino affatto specie viventi in fase di mutazione (a metà insomma, in transizione) ma solo specie in sé conchiuse, di come giocare con le permutazioni genetiche possa pure risultare affascinante ma comunque sia assai poco sfruttabile per desumerne il concetto di speciazione macroevolutivo caro a ogni tipo di darwinisti, e via di questo passo.Un libro didattico basto sull’onestà scientificaIl tutto usando la biologia e solo la biologia. Il libro lo mostra raccontando infatti quel che la scienza ha fin qui accertato, quel che la scienza non sa (ancora?) dire, quel che la scienza non può invece (“statutariamente”) dire. Un gran bel libro, insomma, e utile. Ma il suo maggior vantaggio è l’essere un libro pensato appositamente per la didattica. Ha figure (tante, belle, colorate), schemi e schemini a iosa, diagrammi e alberi genealogici in abbondanza, specimen e illustrazioni. E poi riassuntini, esplosi, box e boxini, utili all’insegnamento, all’apprendimento, alla memorizzazione. È cioè un testo nato per le scuole e che nelle scuole di ogni ordine e grado (lo si può infatti leggere e insegnare a più livelli) farebbe un gran bene a tutti, se insuperabili non fossero quelle forche caudine ministeriali che detengono la prima e l’ultima parola sull’adottabilità di un determinato testo in aula. Forse il testo non potrà mai ufficialmente figurare sui banchi delle scuole, ma costituisce una superba lezione di scienza, di metodo scientifico, di ragione intelligente. L’unica sua partigianeria è quella di raccontare le cose esattamente come gli specialisti le conoscono. Il resto è solo letteratura, talvolta di pessima qualità.
giovedì 1 novembre 2007
Clemente V: non condannò i Templari
(31 ottobre, 2007) - Corriere della Sera
INCONTRI Il prefetto dell' Archivio segreto vaticano parla dei documenti da poco scoperti
Scagionato Clemente V: non condannò i Templari
«Il Papa assolse i cavalieri». A scioglierli fu solo Filippo il Bello
La pergamena che contiene la deposizione davanti ai teologi della Sorbona di Jacques de Molay, gran maestro dell' Ordine del Tempio, poi condannato al rogo, nel processo per eresia che gli era stato intentato su istigazione di Filippo il Bello, deciso a mettere le mani sul ricco patrimonio dei Templari, porta la data dell' ottobre 1307. Esattamente settecento anni dopo, il Vaticano edita un volume che raccoglie la copia anastatica di tutti i documenti riguardanti l' antico e molto discusso processo, alcuni dei quali, come la pergamena di Chinon, ritrovati solo di recente (ritrovati non nel senso che fossero andati perduti, bensì catalogati in modo vago nell' Archivio segreto vaticano, tanto che per secoli sono rimasti separati e in ombra). Pergamena che testimonia senza ombra di dubbio che Clemente V, sia pure Papa avignonese e, per di più, di famiglia francese, cercò di contrastare il progetto assai poco cristiano del re di Francia, assolvendo l' Ordine dall' accusa di eresia e reintegrandolo nei sacramenti. «Absolutionis» si può leggere chiaramente in una delle ultime righe del manoscritto e, subito sotto, «reintegrantes ad Ecclesiam». Processus contra Templarios si chiama il grande volume, in veste preziosissima, di cuoio, di stoffa e pergamena, curato dagli officiali dell' Archivio segreto e stampato in 799 copie (prezzo intorno ai 5 mila euro), per le quali stanno arrivando richieste di acquisto da tutto il mondo, da biblioteche e istituzioni ma anche da collezionisti privati, sceicchi arabi compresi. È il terzo di una serie incominciata nel 2000 con la Bolla d' indizione del primo Giubileo, seguita da un volume dedicato al doge Pasquale Cicogna, che regalò palazzo Gritti a Sisto V. Editore e mente dell' operazione, oltre che autore della prefazione, è monsignor Sergio Pagano, da dieci anni prefetto dell' Archivio segreto vaticano, ma già da trenta al lavoro lungo gli 85 chilometri di documenti che ne formano il corpus, conservati in quattro piani del palazzo apostolico oltre che nel bunker sotterraneo voluto da Paolo VI. Della suggestiva coincidenza delle date tra questa pubblicazione e la deposizione dell' ultimo gran maestro dei Templari non vuole, tuttavia, sentire parlare. «Vede, a noi non compete onorare centenari dei Templari, a noi importa soltanto lo studio della storia. Non c' era nessuna intenzione di celebrare quell' Ordine, così come qualsiasi altro. È un lavoro scientifico, il nostro, non di propaganda. Ovviamente c' è anche un interesse economico perché abbiamo bisogno di fondi non indifferenti per mantenere, curare, restaurare, studiare i documenti più deteriorati dell' Archivio». E pensa che ristabilire la verità storica sul processo e la fine dei Templari possa fermare l' onda lunga dei Dan Brown e di tutti coloro che romanzano e hanno romanzato intorno a questo o altri temi in qualche modo connessi con la Chiesa e la religione? «Neanche per sogno. Non servirà a fermare niente. Forse che non si continua a credere fermamente in maghi e streghe? La gente sembra abbia bisogno di immaginare misteri e dietrologie. E dunque continueranno a fiorire leggende intorno a fatti e personaggi». Ma perché proprio intorno all' Ordine del Tempio è stato ricamato così tanto? «Penso che la leggenda sia nata posteriormente, attorno al XVI secolo, quando si diffuse quella del Graal, con la quale si intrecciò. Come dimostrano i documenti, il processo fu, infatti, pubblico e niente affatto misterioso e i supposti misfatti di cui erano accusati i cavalieri, come i riti di iniziazione sodomiti, vennero confutati. Quanto all' altra grande accusa, lo sputo sulla croce, era una pratica prevista ai tempi delle Crociate, e a chi veniva catturato dai saraceni il gesto di abiura era permesso purché esteriore e non fatto con il cuore, ore, non corde (parole senza convincimento, ndr)». Però le ricchezze dell' Ordine erano reali. «Certamente, altrimenti Filippo il Bello, alla frenetica ricerca di fondi per la guerra contro l' Inghilterra, non avrebbe avuto motivo di mettere in piedi il processo. Probabile che la cassa dei Templari sia cresciuta su beni di famiglia dei cavalieri, su donazioni, forse anche spoliazioni, nonché sulla sua buona amministrazione». Nella lotta tra re e papato quale, in un certo senso, fu il processo, come mai alla fine il re ebbe comunque la meglio, tanto che l' Ordine, decapitato del suo stato maggiore e privato dei suoi mezzi, decadde? «Non bisogna dimenticare che Clemente V non stava a Roma, bensì ad Avignone, non prigioniero ma comunque in stato di soggezione. E può anche essere che temesse il male maggiore, cioè uno scisma. Quanto alla decadenza dei Templari, chi mai poteva esser ancora interessato a fare parte di un Ordine squattrinato e, quel che faceva più paura, in odore di eresia? Se poi tale Ordine sia davvero estinto, non saprei, perché su Internet se ne possono trovare a decine e ciascuno sostiene di essere quello vero». In questo archivio ci sono altri documenti che potrebbero appassionare non soltanto gli storici. «Sono innumerevoli. Abbiamo, per esempio, scritti riguardanti Federico Barbarossa o Federico II, e abbiamo le lettere di Lucrezia Borgia». Anche materiale riguardante Pio XII e il suo rapporto con il regime nazista? «Certamente. Solo che è ancora materiale "chiuso". Finora sono consultabili i documenti che arrivano fino al 1939. Trattandosi di un papato assai lungo, le carte da riordinare e catalogare sono numerosissime. Una volta terminato il lavoro di preparazione, toccherà poi al Papa decretarne l' apertura». Chi ha accesso a questo Archivio? «Chiunque ne abbia il titolo scientifico. Non curiosi, ma studiosi, di tutto il mondo. Ci vuole almeno una laurea insomma. E per gli italiani non basta la triennale, occorre quella quinquennale».
Bossi Fedrigotti Isabella
INCONTRI Il prefetto dell' Archivio segreto vaticano parla dei documenti da poco scoperti
Scagionato Clemente V: non condannò i Templari
«Il Papa assolse i cavalieri». A scioglierli fu solo Filippo il Bello
La pergamena che contiene la deposizione davanti ai teologi della Sorbona di Jacques de Molay, gran maestro dell' Ordine del Tempio, poi condannato al rogo, nel processo per eresia che gli era stato intentato su istigazione di Filippo il Bello, deciso a mettere le mani sul ricco patrimonio dei Templari, porta la data dell' ottobre 1307. Esattamente settecento anni dopo, il Vaticano edita un volume che raccoglie la copia anastatica di tutti i documenti riguardanti l' antico e molto discusso processo, alcuni dei quali, come la pergamena di Chinon, ritrovati solo di recente (ritrovati non nel senso che fossero andati perduti, bensì catalogati in modo vago nell' Archivio segreto vaticano, tanto che per secoli sono rimasti separati e in ombra). Pergamena che testimonia senza ombra di dubbio che Clemente V, sia pure Papa avignonese e, per di più, di famiglia francese, cercò di contrastare il progetto assai poco cristiano del re di Francia, assolvendo l' Ordine dall' accusa di eresia e reintegrandolo nei sacramenti. «Absolutionis» si può leggere chiaramente in una delle ultime righe del manoscritto e, subito sotto, «reintegrantes ad Ecclesiam». Processus contra Templarios si chiama il grande volume, in veste preziosissima, di cuoio, di stoffa e pergamena, curato dagli officiali dell' Archivio segreto e stampato in 799 copie (prezzo intorno ai 5 mila euro), per le quali stanno arrivando richieste di acquisto da tutto il mondo, da biblioteche e istituzioni ma anche da collezionisti privati, sceicchi arabi compresi. È il terzo di una serie incominciata nel 2000 con la Bolla d' indizione del primo Giubileo, seguita da un volume dedicato al doge Pasquale Cicogna, che regalò palazzo Gritti a Sisto V. Editore e mente dell' operazione, oltre che autore della prefazione, è monsignor Sergio Pagano, da dieci anni prefetto dell' Archivio segreto vaticano, ma già da trenta al lavoro lungo gli 85 chilometri di documenti che ne formano il corpus, conservati in quattro piani del palazzo apostolico oltre che nel bunker sotterraneo voluto da Paolo VI. Della suggestiva coincidenza delle date tra questa pubblicazione e la deposizione dell' ultimo gran maestro dei Templari non vuole, tuttavia, sentire parlare. «Vede, a noi non compete onorare centenari dei Templari, a noi importa soltanto lo studio della storia. Non c' era nessuna intenzione di celebrare quell' Ordine, così come qualsiasi altro. È un lavoro scientifico, il nostro, non di propaganda. Ovviamente c' è anche un interesse economico perché abbiamo bisogno di fondi non indifferenti per mantenere, curare, restaurare, studiare i documenti più deteriorati dell' Archivio». E pensa che ristabilire la verità storica sul processo e la fine dei Templari possa fermare l' onda lunga dei Dan Brown e di tutti coloro che romanzano e hanno romanzato intorno a questo o altri temi in qualche modo connessi con la Chiesa e la religione? «Neanche per sogno. Non servirà a fermare niente. Forse che non si continua a credere fermamente in maghi e streghe? La gente sembra abbia bisogno di immaginare misteri e dietrologie. E dunque continueranno a fiorire leggende intorno a fatti e personaggi». Ma perché proprio intorno all' Ordine del Tempio è stato ricamato così tanto? «Penso che la leggenda sia nata posteriormente, attorno al XVI secolo, quando si diffuse quella del Graal, con la quale si intrecciò. Come dimostrano i documenti, il processo fu, infatti, pubblico e niente affatto misterioso e i supposti misfatti di cui erano accusati i cavalieri, come i riti di iniziazione sodomiti, vennero confutati. Quanto all' altra grande accusa, lo sputo sulla croce, era una pratica prevista ai tempi delle Crociate, e a chi veniva catturato dai saraceni il gesto di abiura era permesso purché esteriore e non fatto con il cuore, ore, non corde (parole senza convincimento, ndr)». Però le ricchezze dell' Ordine erano reali. «Certamente, altrimenti Filippo il Bello, alla frenetica ricerca di fondi per la guerra contro l' Inghilterra, non avrebbe avuto motivo di mettere in piedi il processo. Probabile che la cassa dei Templari sia cresciuta su beni di famiglia dei cavalieri, su donazioni, forse anche spoliazioni, nonché sulla sua buona amministrazione». Nella lotta tra re e papato quale, in un certo senso, fu il processo, come mai alla fine il re ebbe comunque la meglio, tanto che l' Ordine, decapitato del suo stato maggiore e privato dei suoi mezzi, decadde? «Non bisogna dimenticare che Clemente V non stava a Roma, bensì ad Avignone, non prigioniero ma comunque in stato di soggezione. E può anche essere che temesse il male maggiore, cioè uno scisma. Quanto alla decadenza dei Templari, chi mai poteva esser ancora interessato a fare parte di un Ordine squattrinato e, quel che faceva più paura, in odore di eresia? Se poi tale Ordine sia davvero estinto, non saprei, perché su Internet se ne possono trovare a decine e ciascuno sostiene di essere quello vero». In questo archivio ci sono altri documenti che potrebbero appassionare non soltanto gli storici. «Sono innumerevoli. Abbiamo, per esempio, scritti riguardanti Federico Barbarossa o Federico II, e abbiamo le lettere di Lucrezia Borgia». Anche materiale riguardante Pio XII e il suo rapporto con il regime nazista? «Certamente. Solo che è ancora materiale "chiuso". Finora sono consultabili i documenti che arrivano fino al 1939. Trattandosi di un papato assai lungo, le carte da riordinare e catalogare sono numerosissime. Una volta terminato il lavoro di preparazione, toccherà poi al Papa decretarne l' apertura». Chi ha accesso a questo Archivio? «Chiunque ne abbia il titolo scientifico. Non curiosi, ma studiosi, di tutto il mondo. Ci vuole almeno una laurea insomma. E per gli italiani non basta la triennale, occorre quella quinquennale».
Bossi Fedrigotti Isabella
venerdì 27 luglio 2007
La vera storia delle Crociate
di Thomas F. Madden, tratto da: Crisis Magazine, vol. 20 n. 4 - aprile 2002
Uno storico Usa smonta i luoghi comuni su un periodo controverso della storia del cristianesimo
Le crociate sono ormai un prototipo di orrore della storiaGli equivoci sulle Crociate sono fin troppo comuni. Vengono ritratte come una serie di guerre sante contro l’Islam, generalmente lanciate da papi assetati di potere e condotte da fanatici religiosi. Si pensa che siano state il culmine dell’ipocrisia e dell’intolleranza, una macchia nera sulla storia della Chiesa cattolica in particolare e della civiltà occidentale in generale. Razza di proto-imperialisti, i crociati aggredirono un Medio Oriente pacato e deformarono una cultura musulmana illuminata, lasciando solo rovine. Per trovare variazioni su questo tema non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Si veda, per esempio, il famoso poema epico in tre volumi di Steven Runciman, Storia delle Crociate, o il documentario Bbc/A&E, Le Crociate, commentato da Terry Jones. Sono prototipi di storia terribile, e intrattengono tuttora a meraviglia.Furono guerre difensiveInsomma qual è la verità sulle Crociate? Gli studiosi ci stanno ancora lavorando su. Ma molto può già esser detto con certezza. Intanto, le Crociate contro l’Oriente furono in ogni caso guerre difensive. Rappresentavano una risposta diretta alle aggressioni musulmane, un tentativo di arginare e controbattere la conquista musulmana di terre cristiane.I cristiani dell’undicesimo secolo non erano fanatici paranoici. Dai musulmani bisognava realmente difendersi. Sebbene gli arabi sappiano essere pacifici, l’Islam nacque in guerra e crebbe nello stesso modo. Dal tempo di Maometto, la politica di espansione musulmana consistette sempre nella spada. Il pensiero musulmano divide il mondo in due sfere, la Dimora dell’Islam e la Dimora della Guerra. La Cristianità - e, se è per questo, ogni religione non musulmana - non ha dimora alcuna. Cristiani ed ebrei possono essere tollerati all’interno di un stato musulmano, sotto la legge musulmana. Ma, nell’Islam tradizionale, cristiani ed ebrei devono essere distrutti, e le loro terre conquistate. Quando Maometto stava per intraprendere la guerra contro La Mecca, nel settimo secolo, il Cristianesimo era la religione dominante. In quanto fede dell’Impero romano, attraversava il Mediterraneo intero, incluso il Medio Oriente dove nacque. Il mondo cristiano, perciò, era il primo obiettivo dei primi califfi, e tale sarebbe rimasto per i condottieri musulmani dei successivi mille anni.L’espansione militare dell’Islam e la richiesta di aiuto da CostantinopoliCon formidabile energia, i guerrieri dell’Islam si avventarono contro i cristiani subito dopo la morte di Maometto. Ebbero successo. Palestina, Siria ed Egitto – un tempo le aree più fervidamente cristiane del mondo – soccombettero rapidamente. Nell’ottavo secolo, gli eserciti musulmani avevano conquistato tutto il nord cristiano dell’Africa e la Spagna. Nell’undicesimo secolo, i turchi selgiucidi conquistarono l’Asia Minore (la Turchia moderna), cristiana fin dal tempo di san Paolo. Il vecchio Impero romano, noto ai moderni come Impero bizantino, fu ridotto ad uno spazio geografico inferiore a quello dell’attuale Grecia. Disperato, l’imperatore di Costantinopoli spedì missive ai cristiani dell’Europa occidentale, chiedendo aiuto per i loro fratelli e le loro sorelle dell’Est.Questo è quanto fece nascere le Crociate. Non il progetto di un papa ambizioso o i sogni di cavalieri rapaci, ma una risposta a più di quattro secoli di conquiste, con le quali i musulmani avevano già fatti propri i due terzi del vecchio mondo cristiano. A quel punto, il Cristianesimo come fede e cultura doveva o difendersi o lasciarsi soggiogare dall’Islam. Le Crociate non furono altro che questa difesa.Mobilitazione cristianaPapa Urbano II fece appello ai cavalieri della Cristianità, per respingere gli attacchi dell’Islam, al Concilio di Clermont del 1095. La risposta fu sbalorditiva. Molta migliaia di guerrieri fecero il voto della croce e si prepararono alla guerra. Perché lo fecero ? La risposta a questa domanda è stata malamente fraintesa. Sulla scia dell’Illuminismo, era d’uso asserire che i crociati non fossero altro che fannulloni e ladri di galline, pronti a trarre profitto dall’opportunità di razziare e saccheggiare terre lontane. I sentimenti, testimoniati dai crociati stessi, di pietà, di abnegazione e d’amore per Dio, non erano evidentemente da tenere in considerazione. Furono reputati mera facciata, a nascondere oscuri disegni.Le motivazioni dei crociatiDurante le due decadi passate accurati studi, condotti anche con l’ausilio del computer, hanno demolito questa invenzione. Gli studiosi hanno scoperto che i cavalieri crociati era nobiluomini, per lo più ricchi, e provvisti di larghe proprietà terriere in Europa. Ciononostante, abbandonarono tutto per intraprendere una missione santa. Fare una crociata non era cosa da quattro soldi. Anche i ricchi avrebbero potuto facilmente impoverire, rovinando loro stessi e le loro famiglie, nell’unirsi ad una Crociata. Non facevano così perché si aspettassero ricchezze materiali (che molti di loro già avevano), ma perché contavano su tesori che il tarlo non sbriciola e che la tignola non corrode. Erano acutamente consapevoli dei loro peccati ed ansiosi di intraprendere le fatiche della Crociata come un atto penitenziale di carità e d’amore. L’Europa è letteralmente stipata di carteggi medievali che attestano questi sentimenti, carteggi nei quali questi uomini ancor oggi ci parlerebbero, se noi ascoltassimo. Chiaramente, non si sarebbero rifiutati di accettare un bottino, potendolo avere. Ma la verità è che le Crociate si rivelarono scarse, quanto all’entità dei saccheggi. Alcuni si arricchirono, è vero, ma la stragrande maggioranza dei crociati tornò a casa con nulla in tasca.I due obiettivi della Prima Crociata, concepita come “pellegrinaggio”Urbano II diede ai crociati due mete che sarebbero rimaste prioritarie per secoli, nelle Crociate orientali. La prima era liberare i cristiani dell’Est. Così ebbe a scrivere il suo successore, Papa Innocenzo III:«Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli? [...] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili?»”Fare una crociata – il professor Jonathan Riley-Smith ha detto magistralmente – era vissuto come un atto di amore”. In questo caso, l’amore del proprio prossimo. La Crociata fu considerata uno strumento della misericordia per raddrizzare un male terribile. Come Papa Innocenzo III scrisse ai Templari, “Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari”.La seconda meta fu la liberazione di Gerusalemme e degli altri luoghi resi santi dalla vita di Cristo. Il termine “crociata” è moderno. I crociati medievali si consideravano pellegrini, nel loro eseguire atti di rettitudine lungo la via che mena al Santo Sepolcro. L’indulgenza ricevuta per la partecipazione alle Crociate fu equiparata canonicamente all’indulgenza per il pellegrinaggio. Tale meta era spesso descritta in termini feudali. Nell’indire la quinta Crociata, nel 1215, Innocenzo III scrisse:«Considerate, carissimi figli, considerate attentamente come, se qualche re temporale venisse deposto e magari catturato, qualora venga restituito alla sua libertà originaria e giunga il tempo di far calare l’occhio della giustizia sui suoi vassalli, non li guarderà come infedeli e traditori [...] a meno che non si tratti di coloro che hanno rischiato non solo le loro proprietà, ma le loro stesse persone, nel votarsi al compito di liberarlo? [...] E similmente Gesù Cristo, il re dei re e il signore dei signori, il cui servitore nessuno di voi può negare di essere, colui che congiunse la vostra anima al vostro corpo, colui che vi riscattò col Prezioso Sangue [...] non vi condannerà per il vizio dell’ingratitudine ed il crimine dell’infedeltà, se voi rifiutate di aiutarLo?»Nessuna mira colonialista…La riconquista di Gerusalemme, perciò, non fu colonialismo ma un atto di restaurazione ed un’aperta dichiarazione d’amor di Dio. Gli uomini del Medio Evo sapevano, evidentemente, che Dio aveva il potere di ricondurre Gerusalemme alla situazione precedente, che aveva il potere di far tornare il mondo intero alla Sua Legge. Eppure, come san Bernardo di Chiaravalle era solito predicare, il Suo rifiuto di far così non era che una benedizione alla Sua gente:«Di nuovo, io dico, pensate alla bontà dell’Altissimo e ponete attenzione ai Suoi misericordiosi progetti. Egli si pone in obbligo nei vostri confronti, o piuttosto finge di fare così, per aiutarvi a soddisfare i vostri obblighi verso di Lui [...]. Io chiamo benedetta la generazione che può cogliere un’occasione di indulgenza così ricca come questa».… e neanche di conversione forzata di musulmaniSpesso si ritiene che l’obiettivo centrale delle Crociate fosse la conversione forzata del mondo musulmano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nella prospettiva cristiana medievale, i musulmani erano i nemici e di Cristo e della Sua Chiesa. Compito dei crociati era sconfiggerli e difendere la Chiesa contro di loro. Questo era tutto. Ai musulmani dimoranti nei territori conquistati dai crociati generalmente fu concesso di conservare le loro proprietà, il loro sostentamento, e perfino la loro religione. In tutta la storia del Regno crociato di Gerusalemme, il numero degli abitanti musulmani superò abbondantemente quello dei cattolici. Fu solo nel 13° secolo che i francescani intrapresero qualche tentativo di conversione dei musulmani. Tentativi senza successo, infine abbandonati. In ogni caso, si trattò di persuasione pacifica, non di minacce o addirittura di violenza.La guerra e i suoi tristi “effetti collaterali”Tuttavia le Crociate erano guerre, sicché sarebbe un errore pensarle solo pietà e buone intenzioni. Come in ogni guerra, la violenza era brutale (anche se non brutale come nelle guerre moderne). Ci furono sventure, errori gravi e crimini. Cose ben ricordate oggi, di solito. All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo di crociati, condotti dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e assassinando tutti gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare questa strage. Agli occhi di questi guerrieri, gli ebrei, come i musulmani, erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli ebrei essere usati per finanziare la Crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei.San Bernardo a difesa degli ebreiCinquant’anni dopo, quando la Seconda Crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati perseguitati:«Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio [...]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione.».Ciononostante un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei di Rhineland, nonostante le numerose lettere inviategli da Bernardo, per fermarlo. Infine Bernardo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento, e fece finire i massacri.Nessun intento persecutorio contro gli ebreiSpesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. Può essere. Tuttavia queste radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle Crociate. Ebrei perirono, durante le Crociate, ma lo scopo delle Crociate non era quello di uccidere ebrei. E’ vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli ebrei d’Europa non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le tragiche morti come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie intelligenti, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è uccidere donne e bambini.Prima Crociata: una disorganizzazione di successoDa qualsiasi punto di vista la si osservi, la prima Crociata fu un gran colpo. Non c’era nessun leader, nessuna catena di comando, nessuna linea di approvvigionamento, nessuna strategia particolareggiata. Fu semplicemente l’avanzata di migliaia di guerrieri in territorio nemico, impegnati in una causa comune. Molti di loro morirono, o in battaglia o per malattia o di fame. Fu una campagna improvvisata, sempre sull’orlo del disastro. Eppure ebbe successo. Nel 1098 i crociati avevano ripristinato in Nicea ed Antiochia la legge cristiana. Nel luglio 1099 conquistarono Gerusalemme e gettarono le fondamenta di uno stato cristiano in Palestina. La gioia in Europa non conobbe freni. Sembrò che la marea della storia, che aveva alzato i musulmani a tali altezze, ora stesse girando.Rapida ripresa dell’IslamMa così non fu. Quando pensiamo al Medio Evo ci è facile vedere l’Europa alla luce di quello che è divenuta, anziché di quello che era. Il colosso del mondo medievale era l’Islam, non la Cristianità. Le Crociate sono particolarmente attraenti perché rappresentano un tentativo di contrastare quel colosso. Ma, in cinque secoli di Crociate, solamente la prima arrestò significativamente l’avanzata islamica. Poi tornò la bassa marea.Disastrosa Seconda CrociataQuando la Contea crociata di Edessa cadde in mano a turchi e curdi, nel 1144, si manifestò un vasto consenso per una nuova Crociata, in Europa. Lo promossero due re, Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania, e lo sostenne nelle sue predicazioni san Bernardo stesso. Fallì miseramente. La maggior parte dei crociati fu uccisa lungo la strada. Quelli che arrivarono a Gerusalemme fecero la peggior cosa possibile, attaccando la Damasco musulmana, già forte alleata dei cristiani. In seguito a tale disastro i cristiani europei furono costretti ad accettare non solo la rinnovata espansione del potere musulmano, ma la certezza che Dio stesse castigando l’Occidente per i suoi peccati. Movimenti pietistici laici germogliarono in tutta Europa, radicati nel desiderio di purificare la società cristiana, per renderla degna della vittoria sull’Oriente.Saladino riconquista GerusalemmeLanciare una crociata nel tardo dodicesimo secolo, perciò, significò organizzare una guerra senza quartiere. Ognuno, anche debole o povero, fu invitato a prodigarsi. Ai guerrieri si chiese di sacrificare le loro ricchezze e, in caso, le loro vite, per la difesa dei cristiani d’Oriente. Tutti i cristiani furono chiamati a sostenere le Crociate tramite preghiere, digiuni ed elemosine. Nel frattempo i musulmani si accrescevano. Il Saladino, il grande unificatore, aveva inglobato il musulmano Medio Oriente in una sola entità, incitando alla guerra santa contro i cristiani. Nel 1187, nella Battaglia di Hattin, le sue forze annientarono gli eserciti alleati del Regno cristiano di Gerusalemme e trafugarono la preziosa reliquia della Vera Croce. Indifese, le città cristiane cominciarono a cedere una alla volta, fino alla resa di Gerusalemme, il 2 ottobre. Si salvò solo, lungo il litorale, qualche porto.Terza Crociata tutta sulle spalle di Riccardo “Cuordileone”La risposta fu la terza Crociata, condotta dall’imperatore Federico I “Barbarossa” di Germania, re Filippo II Augusto di Francia e re Riccardo I “Cuordileone” d’Inghilterra. In qualche misura era una grande cosa, pur non grande come i cristiani avevano sperato. L’anziano Federico annegò nell’attraversare un fiume a cavallo, dimodoché il suo esercito tornò a casa prima ancora d’aver raggiunto la Terra Santa. Filippo e Riccardo arrivarono in nave, ma i loro incessanti alterchi aggiunsero ulteriori contrasti alla già critica situazione della terra di Palestina. Dopo avere riconquistato Acre (Akka), Filippo tornò a casa, dove si dedicò alla confisca dei possedimenti inglesi in Francia. Così il peso della Crociata gravò sulle sole spalle di re Riccardo. Guerriero esperto, capo carismatico e superbo stratega, Riccardo condusse le forze cristiane di vittoria in vittoria, appropriandosi dell’intera costa. Ma Gerusalemme non è sulla costa; dopo due tentativi falliti di aprirsi un varco verso la Città Santa, Riccardo desistette. Promettendo di ritornare, stipulò una tregua col Saladino, tregua che prometteva pace nella regione ed ingresso gratuito in Gerusalemme per i pellegrini disarmati. Ma restò una pillola amara da ingoiare. Il desiderio di ricondurre Gerusalemme alla legge cristiana e di riottenere la Vera Croce rimase intenso in tutta Europa.La Quarta Crociata provocò una grave frattura tra cattolici e ortodossiLe Crociate del 13° secolo furono più grandi, meglio predisposte e meglio organizzate. Ma fallirono egualmente. La quarta Crociata (1201-1204) si insabbiò nelle secche della politica bizantina, sempre incomprensibile agli occidentali. Dopo una deviazione fino a Costantinopoli per sostenere il legittimo pretendente al trono imperiale, che aveva promesso grandi ricompense e un sostegno per la Terra Santa, i crociati scoprirono che il loro benefattore, benché erede del trono dei Cesari, non poteva mantenere le sue promesse. Sentitisi traditi dai loro amici greci, nel 1204 i crociati attaccarono, fecero cadere e brutalmente saccheggiarono Costantinopoli, la più grande città cristiana nel mondo. Papa Innocenzo III, che già aveva scomunicato l’intera crociata, denunciò fermamente tale azione. Ma c’era ben poco da fare. I tragici eventi del 1204 eressero una porta di ferro tra il credo cattolico romano e quello greco ortodosso, una porta che lo stesso papa attuale, Giovanni Paolo II, è stato incapace di riaprire. Per un’ironia terribile le Crociate, nate dal desiderio cattolico di riunirsi agli ortodossi, divisero - forse irrevocabilmente - gli uni dagli altri.Con la fine del 13° secolo i cristiani scomparvero dalla TerrasantaNel resto del 13° secolo le Crociate fecero poco di più. La quinta Crociata (1217-1221) riuscì a liberare Damietta, in Egitto, ma i musulmani di lì a poco sconfissero l’esercito cristiano e rioccuparono la città. San Luigi IX di Francia, nell’arco della sua vita, condusse due Crociate. La prima fece capitolare Damietta, ma Luigi, ben presto raggirato dalla sottile diplomazia egiziana, si trovò costretto ad abbandonare la città. Del resto Luigi, sebbene fosse rimasto in Terra Santa per molti anni, spendendo a profusione in lavori difensivi, non realizzò mai il suo desiderio: liberare Gerusalemme. Era molto più vecchio nel 1270, quando capitanò un’altra Crociata a Tunisi, dove morì a causa di un’epidemia. Dopo la morte di san Luigi, due spietati condottieri musulmani, Baybars e Kalavun, lanciarono una brutale rappresaglia contro i cristiani in Palestina. Nel 1291, le forze islamiche erano riuscite ad uccidere o ad espellere dalla regione anche l’ultimo dei crociati, cancellando così il Regno cristiano dalle carte geografiche.Ad onta dei numerosi tentativi e degli ancor più numerosi progetti, le forze cristiane non furono più in grado di assicurarsi una posizione sicura, nella regione, fino al 19° secolo.In Europa paura dei musulmani È probabile che qualcuno pensi che tre secoli di sconfitte cristiane avrebbero intiepidito gli europei, nei confronti dell’idea di Crociata. Tutt’altro. Nel senso che non c’erano alternative. I regni musulmani divennero ancora più potenti nel 14°, 15° e 16° secolo. I turchi ottomani sottomisero, in una sorta di annessione, i loro vicini musulmani, unificando così ulteriormente l’Islam, continuarono le loro incursioni verso occidente, presero Costantinopoli e penetrarono nella stessa Europa. Dal 15° secolo in avanti le Crociate non furono strumenti di misericordia per fratelli distanti, ma tentativi disperati di qualche ultimo resto di cristianità di sopravvivere. Gli europei cominciarono a prospettarsi la possibilità che l’Islam realizzasse il suo obiettivo di conquistare tutto il mondo cristiano. Uno dei grandi successi del tempo, La Nave dei Pazzi, di Sebastian Brant, diede voce a questo sentimento in un brano intitolato “Il Declino della Fede”:La nostra fede era forte in Oriente,/ dominava tutta l’Asia, / le terre moresche e l’Africa. / Ma ora per noi queste terre sono perdute / e ciò farebbe piangere la pietra più dura [...]. / Potevi trovare quattro sorelle della nostra Chiesa, / sorelle patriarcali, / Costantinopoli, Alessandria, / Gerusalemme e Antiochia. / Ma sono state prese e saccheggiate / e presto anche la testa sarà attaccata.L’Europa respinse le invasioniNaturalmente questo non è successo. Ma c’è mancato poco. Nel 1480, il sultano Mehmed (Maometto) II catturò Otranto, a mo’ di testa di ponte per l’invasione dell’Italia. Roma fu evacuata. Ma il sultano morì poco dopo e, con lui, il suo piano. Nel 1529, Suleiman (Solimano) il Magnifico strinse d’assedio Vienna. Se non fosse stato per i capricci del tempo meteorologico, che bloccarono la sua avanzata e lo costrinsero a tornare indietro, abbandonando buona parte della sua artiglieria, i turchi avrebbero preso la città. E la Germania, allora, sarebbe stata facile preda.Inoltre, mentre questi frangenti si succedevano, qualcosa d’altro stava fermentando in Europa, qualcosa senza precedenti nella storia umana. Il Rinascimento, originato da una equivoca mistura di valori romani, di pietà medievale e di inedito rispetto verso il commercio e la libera imprenditoria, generò altri movimenti come l’umanesimo, la rivoluzione scientifica e l’età delle esplorazioni. Pur lottando per la sua stessa sopravvivenza, l’Europa stava per espandersi su scala globale. La Riforma protestante, che rifiutò il papato e la dottrina dell’indulgenza, rese impensabili le Crociate a molti europei, lasciando così l’onere della difesa dell’Occidente ai soli cattolici. Nel 1571 una Santa Lega, che di fatto non era che una Crociata, sgominò la flotta ottomana a Lepanto. Riscossa occidentale con l’economiaTuttavia vittorie militari del genere restarono un’eccezione. La minaccia musulmana fu neutralizzata economicamente. Quando l’Europa crebbe in ricchezza ed in potenza, i primi terrificanti e raffinati turchi cominciarono a sembrare patetici ed arretrati, al punto da rendere inutile una Crociata. “L’ammalato Uomo d’Europa” andò avanti zoppicando fino al 20° secolo, quando spirò, lasciando dietro di sé l’attuale disastro del Medio Oriente moderno.Ingiusti giudizi dei contemporaneiDalla sicura distanza di molti secoli, è abbastanza facile aggrottare le ciglia, disgustati dalle Crociate. La religione, in fondo, è nulla, se si basa sulla guerra. Eppure dovremmo pensare che i nostri antenati medievali sarebbero stati a loro volta disgustati dalle nostre guerre, molto più distruttive, combattute in nome di ideologie politiche. Ed ancora, dovremmo pensare che sia il guerriero medievale che il soldato moderno infine combattono per il proprio mondo e per ciò che lo costituisce. Entrambi sono disposti a sopportare enormi sacrifici, purché ciò sia al servizio di qualcosa di caro, di prezioso, di più grande di loro. Che noi ammiriamo i crociati o no, è un fatto che il mondo così come noi lo conosciamo oggi non esisterebbe, senza i loro sforzi. La fede antica del Cristianesimo, col suo rispetto per le donne ed il suo rifiuto della schiavitù, non solo sopravvisse, ma fiorì. Senza le Crociate, avrebbe ben potuto seguire lo zoroastrismo, un altro rivale dell’Islam, nell’estinzione.
Uno storico Usa smonta i luoghi comuni su un periodo controverso della storia del cristianesimo
Le crociate sono ormai un prototipo di orrore della storiaGli equivoci sulle Crociate sono fin troppo comuni. Vengono ritratte come una serie di guerre sante contro l’Islam, generalmente lanciate da papi assetati di potere e condotte da fanatici religiosi. Si pensa che siano state il culmine dell’ipocrisia e dell’intolleranza, una macchia nera sulla storia della Chiesa cattolica in particolare e della civiltà occidentale in generale. Razza di proto-imperialisti, i crociati aggredirono un Medio Oriente pacato e deformarono una cultura musulmana illuminata, lasciando solo rovine. Per trovare variazioni su questo tema non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Si veda, per esempio, il famoso poema epico in tre volumi di Steven Runciman, Storia delle Crociate, o il documentario Bbc/A&E, Le Crociate, commentato da Terry Jones. Sono prototipi di storia terribile, e intrattengono tuttora a meraviglia.Furono guerre difensiveInsomma qual è la verità sulle Crociate? Gli studiosi ci stanno ancora lavorando su. Ma molto può già esser detto con certezza. Intanto, le Crociate contro l’Oriente furono in ogni caso guerre difensive. Rappresentavano una risposta diretta alle aggressioni musulmane, un tentativo di arginare e controbattere la conquista musulmana di terre cristiane.I cristiani dell’undicesimo secolo non erano fanatici paranoici. Dai musulmani bisognava realmente difendersi. Sebbene gli arabi sappiano essere pacifici, l’Islam nacque in guerra e crebbe nello stesso modo. Dal tempo di Maometto, la politica di espansione musulmana consistette sempre nella spada. Il pensiero musulmano divide il mondo in due sfere, la Dimora dell’Islam e la Dimora della Guerra. La Cristianità - e, se è per questo, ogni religione non musulmana - non ha dimora alcuna. Cristiani ed ebrei possono essere tollerati all’interno di un stato musulmano, sotto la legge musulmana. Ma, nell’Islam tradizionale, cristiani ed ebrei devono essere distrutti, e le loro terre conquistate. Quando Maometto stava per intraprendere la guerra contro La Mecca, nel settimo secolo, il Cristianesimo era la religione dominante. In quanto fede dell’Impero romano, attraversava il Mediterraneo intero, incluso il Medio Oriente dove nacque. Il mondo cristiano, perciò, era il primo obiettivo dei primi califfi, e tale sarebbe rimasto per i condottieri musulmani dei successivi mille anni.L’espansione militare dell’Islam e la richiesta di aiuto da CostantinopoliCon formidabile energia, i guerrieri dell’Islam si avventarono contro i cristiani subito dopo la morte di Maometto. Ebbero successo. Palestina, Siria ed Egitto – un tempo le aree più fervidamente cristiane del mondo – soccombettero rapidamente. Nell’ottavo secolo, gli eserciti musulmani avevano conquistato tutto il nord cristiano dell’Africa e la Spagna. Nell’undicesimo secolo, i turchi selgiucidi conquistarono l’Asia Minore (la Turchia moderna), cristiana fin dal tempo di san Paolo. Il vecchio Impero romano, noto ai moderni come Impero bizantino, fu ridotto ad uno spazio geografico inferiore a quello dell’attuale Grecia. Disperato, l’imperatore di Costantinopoli spedì missive ai cristiani dell’Europa occidentale, chiedendo aiuto per i loro fratelli e le loro sorelle dell’Est.Questo è quanto fece nascere le Crociate. Non il progetto di un papa ambizioso o i sogni di cavalieri rapaci, ma una risposta a più di quattro secoli di conquiste, con le quali i musulmani avevano già fatti propri i due terzi del vecchio mondo cristiano. A quel punto, il Cristianesimo come fede e cultura doveva o difendersi o lasciarsi soggiogare dall’Islam. Le Crociate non furono altro che questa difesa.Mobilitazione cristianaPapa Urbano II fece appello ai cavalieri della Cristianità, per respingere gli attacchi dell’Islam, al Concilio di Clermont del 1095. La risposta fu sbalorditiva. Molta migliaia di guerrieri fecero il voto della croce e si prepararono alla guerra. Perché lo fecero ? La risposta a questa domanda è stata malamente fraintesa. Sulla scia dell’Illuminismo, era d’uso asserire che i crociati non fossero altro che fannulloni e ladri di galline, pronti a trarre profitto dall’opportunità di razziare e saccheggiare terre lontane. I sentimenti, testimoniati dai crociati stessi, di pietà, di abnegazione e d’amore per Dio, non erano evidentemente da tenere in considerazione. Furono reputati mera facciata, a nascondere oscuri disegni.Le motivazioni dei crociatiDurante le due decadi passate accurati studi, condotti anche con l’ausilio del computer, hanno demolito questa invenzione. Gli studiosi hanno scoperto che i cavalieri crociati era nobiluomini, per lo più ricchi, e provvisti di larghe proprietà terriere in Europa. Ciononostante, abbandonarono tutto per intraprendere una missione santa. Fare una crociata non era cosa da quattro soldi. Anche i ricchi avrebbero potuto facilmente impoverire, rovinando loro stessi e le loro famiglie, nell’unirsi ad una Crociata. Non facevano così perché si aspettassero ricchezze materiali (che molti di loro già avevano), ma perché contavano su tesori che il tarlo non sbriciola e che la tignola non corrode. Erano acutamente consapevoli dei loro peccati ed ansiosi di intraprendere le fatiche della Crociata come un atto penitenziale di carità e d’amore. L’Europa è letteralmente stipata di carteggi medievali che attestano questi sentimenti, carteggi nei quali questi uomini ancor oggi ci parlerebbero, se noi ascoltassimo. Chiaramente, non si sarebbero rifiutati di accettare un bottino, potendolo avere. Ma la verità è che le Crociate si rivelarono scarse, quanto all’entità dei saccheggi. Alcuni si arricchirono, è vero, ma la stragrande maggioranza dei crociati tornò a casa con nulla in tasca.I due obiettivi della Prima Crociata, concepita come “pellegrinaggio”Urbano II diede ai crociati due mete che sarebbero rimaste prioritarie per secoli, nelle Crociate orientali. La prima era liberare i cristiani dell’Est. Così ebbe a scrivere il suo successore, Papa Innocenzo III:«Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli? [...] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili?»”Fare una crociata – il professor Jonathan Riley-Smith ha detto magistralmente – era vissuto come un atto di amore”. In questo caso, l’amore del proprio prossimo. La Crociata fu considerata uno strumento della misericordia per raddrizzare un male terribile. Come Papa Innocenzo III scrisse ai Templari, “Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari”.La seconda meta fu la liberazione di Gerusalemme e degli altri luoghi resi santi dalla vita di Cristo. Il termine “crociata” è moderno. I crociati medievali si consideravano pellegrini, nel loro eseguire atti di rettitudine lungo la via che mena al Santo Sepolcro. L’indulgenza ricevuta per la partecipazione alle Crociate fu equiparata canonicamente all’indulgenza per il pellegrinaggio. Tale meta era spesso descritta in termini feudali. Nell’indire la quinta Crociata, nel 1215, Innocenzo III scrisse:«Considerate, carissimi figli, considerate attentamente come, se qualche re temporale venisse deposto e magari catturato, qualora venga restituito alla sua libertà originaria e giunga il tempo di far calare l’occhio della giustizia sui suoi vassalli, non li guarderà come infedeli e traditori [...] a meno che non si tratti di coloro che hanno rischiato non solo le loro proprietà, ma le loro stesse persone, nel votarsi al compito di liberarlo? [...] E similmente Gesù Cristo, il re dei re e il signore dei signori, il cui servitore nessuno di voi può negare di essere, colui che congiunse la vostra anima al vostro corpo, colui che vi riscattò col Prezioso Sangue [...] non vi condannerà per il vizio dell’ingratitudine ed il crimine dell’infedeltà, se voi rifiutate di aiutarLo?»Nessuna mira colonialista…La riconquista di Gerusalemme, perciò, non fu colonialismo ma un atto di restaurazione ed un’aperta dichiarazione d’amor di Dio. Gli uomini del Medio Evo sapevano, evidentemente, che Dio aveva il potere di ricondurre Gerusalemme alla situazione precedente, che aveva il potere di far tornare il mondo intero alla Sua Legge. Eppure, come san Bernardo di Chiaravalle era solito predicare, il Suo rifiuto di far così non era che una benedizione alla Sua gente:«Di nuovo, io dico, pensate alla bontà dell’Altissimo e ponete attenzione ai Suoi misericordiosi progetti. Egli si pone in obbligo nei vostri confronti, o piuttosto finge di fare così, per aiutarvi a soddisfare i vostri obblighi verso di Lui [...]. Io chiamo benedetta la generazione che può cogliere un’occasione di indulgenza così ricca come questa».… e neanche di conversione forzata di musulmaniSpesso si ritiene che l’obiettivo centrale delle Crociate fosse la conversione forzata del mondo musulmano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nella prospettiva cristiana medievale, i musulmani erano i nemici e di Cristo e della Sua Chiesa. Compito dei crociati era sconfiggerli e difendere la Chiesa contro di loro. Questo era tutto. Ai musulmani dimoranti nei territori conquistati dai crociati generalmente fu concesso di conservare le loro proprietà, il loro sostentamento, e perfino la loro religione. In tutta la storia del Regno crociato di Gerusalemme, il numero degli abitanti musulmani superò abbondantemente quello dei cattolici. Fu solo nel 13° secolo che i francescani intrapresero qualche tentativo di conversione dei musulmani. Tentativi senza successo, infine abbandonati. In ogni caso, si trattò di persuasione pacifica, non di minacce o addirittura di violenza.La guerra e i suoi tristi “effetti collaterali”Tuttavia le Crociate erano guerre, sicché sarebbe un errore pensarle solo pietà e buone intenzioni. Come in ogni guerra, la violenza era brutale (anche se non brutale come nelle guerre moderne). Ci furono sventure, errori gravi e crimini. Cose ben ricordate oggi, di solito. All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo di crociati, condotti dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e assassinando tutti gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare questa strage. Agli occhi di questi guerrieri, gli ebrei, come i musulmani, erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli ebrei essere usati per finanziare la Crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei.San Bernardo a difesa degli ebreiCinquant’anni dopo, quando la Seconda Crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati perseguitati:«Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio [...]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione.».Ciononostante un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei di Rhineland, nonostante le numerose lettere inviategli da Bernardo, per fermarlo. Infine Bernardo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento, e fece finire i massacri.Nessun intento persecutorio contro gli ebreiSpesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. Può essere. Tuttavia queste radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle Crociate. Ebrei perirono, durante le Crociate, ma lo scopo delle Crociate non era quello di uccidere ebrei. E’ vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli ebrei d’Europa non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le tragiche morti come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie intelligenti, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è uccidere donne e bambini.Prima Crociata: una disorganizzazione di successoDa qualsiasi punto di vista la si osservi, la prima Crociata fu un gran colpo. Non c’era nessun leader, nessuna catena di comando, nessuna linea di approvvigionamento, nessuna strategia particolareggiata. Fu semplicemente l’avanzata di migliaia di guerrieri in territorio nemico, impegnati in una causa comune. Molti di loro morirono, o in battaglia o per malattia o di fame. Fu una campagna improvvisata, sempre sull’orlo del disastro. Eppure ebbe successo. Nel 1098 i crociati avevano ripristinato in Nicea ed Antiochia la legge cristiana. Nel luglio 1099 conquistarono Gerusalemme e gettarono le fondamenta di uno stato cristiano in Palestina. La gioia in Europa non conobbe freni. Sembrò che la marea della storia, che aveva alzato i musulmani a tali altezze, ora stesse girando.Rapida ripresa dell’IslamMa così non fu. Quando pensiamo al Medio Evo ci è facile vedere l’Europa alla luce di quello che è divenuta, anziché di quello che era. Il colosso del mondo medievale era l’Islam, non la Cristianità. Le Crociate sono particolarmente attraenti perché rappresentano un tentativo di contrastare quel colosso. Ma, in cinque secoli di Crociate, solamente la prima arrestò significativamente l’avanzata islamica. Poi tornò la bassa marea.Disastrosa Seconda CrociataQuando la Contea crociata di Edessa cadde in mano a turchi e curdi, nel 1144, si manifestò un vasto consenso per una nuova Crociata, in Europa. Lo promossero due re, Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania, e lo sostenne nelle sue predicazioni san Bernardo stesso. Fallì miseramente. La maggior parte dei crociati fu uccisa lungo la strada. Quelli che arrivarono a Gerusalemme fecero la peggior cosa possibile, attaccando la Damasco musulmana, già forte alleata dei cristiani. In seguito a tale disastro i cristiani europei furono costretti ad accettare non solo la rinnovata espansione del potere musulmano, ma la certezza che Dio stesse castigando l’Occidente per i suoi peccati. Movimenti pietistici laici germogliarono in tutta Europa, radicati nel desiderio di purificare la società cristiana, per renderla degna della vittoria sull’Oriente.Saladino riconquista GerusalemmeLanciare una crociata nel tardo dodicesimo secolo, perciò, significò organizzare una guerra senza quartiere. Ognuno, anche debole o povero, fu invitato a prodigarsi. Ai guerrieri si chiese di sacrificare le loro ricchezze e, in caso, le loro vite, per la difesa dei cristiani d’Oriente. Tutti i cristiani furono chiamati a sostenere le Crociate tramite preghiere, digiuni ed elemosine. Nel frattempo i musulmani si accrescevano. Il Saladino, il grande unificatore, aveva inglobato il musulmano Medio Oriente in una sola entità, incitando alla guerra santa contro i cristiani. Nel 1187, nella Battaglia di Hattin, le sue forze annientarono gli eserciti alleati del Regno cristiano di Gerusalemme e trafugarono la preziosa reliquia della Vera Croce. Indifese, le città cristiane cominciarono a cedere una alla volta, fino alla resa di Gerusalemme, il 2 ottobre. Si salvò solo, lungo il litorale, qualche porto.Terza Crociata tutta sulle spalle di Riccardo “Cuordileone”La risposta fu la terza Crociata, condotta dall’imperatore Federico I “Barbarossa” di Germania, re Filippo II Augusto di Francia e re Riccardo I “Cuordileone” d’Inghilterra. In qualche misura era una grande cosa, pur non grande come i cristiani avevano sperato. L’anziano Federico annegò nell’attraversare un fiume a cavallo, dimodoché il suo esercito tornò a casa prima ancora d’aver raggiunto la Terra Santa. Filippo e Riccardo arrivarono in nave, ma i loro incessanti alterchi aggiunsero ulteriori contrasti alla già critica situazione della terra di Palestina. Dopo avere riconquistato Acre (Akka), Filippo tornò a casa, dove si dedicò alla confisca dei possedimenti inglesi in Francia. Così il peso della Crociata gravò sulle sole spalle di re Riccardo. Guerriero esperto, capo carismatico e superbo stratega, Riccardo condusse le forze cristiane di vittoria in vittoria, appropriandosi dell’intera costa. Ma Gerusalemme non è sulla costa; dopo due tentativi falliti di aprirsi un varco verso la Città Santa, Riccardo desistette. Promettendo di ritornare, stipulò una tregua col Saladino, tregua che prometteva pace nella regione ed ingresso gratuito in Gerusalemme per i pellegrini disarmati. Ma restò una pillola amara da ingoiare. Il desiderio di ricondurre Gerusalemme alla legge cristiana e di riottenere la Vera Croce rimase intenso in tutta Europa.La Quarta Crociata provocò una grave frattura tra cattolici e ortodossiLe Crociate del 13° secolo furono più grandi, meglio predisposte e meglio organizzate. Ma fallirono egualmente. La quarta Crociata (1201-1204) si insabbiò nelle secche della politica bizantina, sempre incomprensibile agli occidentali. Dopo una deviazione fino a Costantinopoli per sostenere il legittimo pretendente al trono imperiale, che aveva promesso grandi ricompense e un sostegno per la Terra Santa, i crociati scoprirono che il loro benefattore, benché erede del trono dei Cesari, non poteva mantenere le sue promesse. Sentitisi traditi dai loro amici greci, nel 1204 i crociati attaccarono, fecero cadere e brutalmente saccheggiarono Costantinopoli, la più grande città cristiana nel mondo. Papa Innocenzo III, che già aveva scomunicato l’intera crociata, denunciò fermamente tale azione. Ma c’era ben poco da fare. I tragici eventi del 1204 eressero una porta di ferro tra il credo cattolico romano e quello greco ortodosso, una porta che lo stesso papa attuale, Giovanni Paolo II, è stato incapace di riaprire. Per un’ironia terribile le Crociate, nate dal desiderio cattolico di riunirsi agli ortodossi, divisero - forse irrevocabilmente - gli uni dagli altri.Con la fine del 13° secolo i cristiani scomparvero dalla TerrasantaNel resto del 13° secolo le Crociate fecero poco di più. La quinta Crociata (1217-1221) riuscì a liberare Damietta, in Egitto, ma i musulmani di lì a poco sconfissero l’esercito cristiano e rioccuparono la città. San Luigi IX di Francia, nell’arco della sua vita, condusse due Crociate. La prima fece capitolare Damietta, ma Luigi, ben presto raggirato dalla sottile diplomazia egiziana, si trovò costretto ad abbandonare la città. Del resto Luigi, sebbene fosse rimasto in Terra Santa per molti anni, spendendo a profusione in lavori difensivi, non realizzò mai il suo desiderio: liberare Gerusalemme. Era molto più vecchio nel 1270, quando capitanò un’altra Crociata a Tunisi, dove morì a causa di un’epidemia. Dopo la morte di san Luigi, due spietati condottieri musulmani, Baybars e Kalavun, lanciarono una brutale rappresaglia contro i cristiani in Palestina. Nel 1291, le forze islamiche erano riuscite ad uccidere o ad espellere dalla regione anche l’ultimo dei crociati, cancellando così il Regno cristiano dalle carte geografiche.Ad onta dei numerosi tentativi e degli ancor più numerosi progetti, le forze cristiane non furono più in grado di assicurarsi una posizione sicura, nella regione, fino al 19° secolo.In Europa paura dei musulmani È probabile che qualcuno pensi che tre secoli di sconfitte cristiane avrebbero intiepidito gli europei, nei confronti dell’idea di Crociata. Tutt’altro. Nel senso che non c’erano alternative. I regni musulmani divennero ancora più potenti nel 14°, 15° e 16° secolo. I turchi ottomani sottomisero, in una sorta di annessione, i loro vicini musulmani, unificando così ulteriormente l’Islam, continuarono le loro incursioni verso occidente, presero Costantinopoli e penetrarono nella stessa Europa. Dal 15° secolo in avanti le Crociate non furono strumenti di misericordia per fratelli distanti, ma tentativi disperati di qualche ultimo resto di cristianità di sopravvivere. Gli europei cominciarono a prospettarsi la possibilità che l’Islam realizzasse il suo obiettivo di conquistare tutto il mondo cristiano. Uno dei grandi successi del tempo, La Nave dei Pazzi, di Sebastian Brant, diede voce a questo sentimento in un brano intitolato “Il Declino della Fede”:La nostra fede era forte in Oriente,/ dominava tutta l’Asia, / le terre moresche e l’Africa. / Ma ora per noi queste terre sono perdute / e ciò farebbe piangere la pietra più dura [...]. / Potevi trovare quattro sorelle della nostra Chiesa, / sorelle patriarcali, / Costantinopoli, Alessandria, / Gerusalemme e Antiochia. / Ma sono state prese e saccheggiate / e presto anche la testa sarà attaccata.L’Europa respinse le invasioniNaturalmente questo non è successo. Ma c’è mancato poco. Nel 1480, il sultano Mehmed (Maometto) II catturò Otranto, a mo’ di testa di ponte per l’invasione dell’Italia. Roma fu evacuata. Ma il sultano morì poco dopo e, con lui, il suo piano. Nel 1529, Suleiman (Solimano) il Magnifico strinse d’assedio Vienna. Se non fosse stato per i capricci del tempo meteorologico, che bloccarono la sua avanzata e lo costrinsero a tornare indietro, abbandonando buona parte della sua artiglieria, i turchi avrebbero preso la città. E la Germania, allora, sarebbe stata facile preda.Inoltre, mentre questi frangenti si succedevano, qualcosa d’altro stava fermentando in Europa, qualcosa senza precedenti nella storia umana. Il Rinascimento, originato da una equivoca mistura di valori romani, di pietà medievale e di inedito rispetto verso il commercio e la libera imprenditoria, generò altri movimenti come l’umanesimo, la rivoluzione scientifica e l’età delle esplorazioni. Pur lottando per la sua stessa sopravvivenza, l’Europa stava per espandersi su scala globale. La Riforma protestante, che rifiutò il papato e la dottrina dell’indulgenza, rese impensabili le Crociate a molti europei, lasciando così l’onere della difesa dell’Occidente ai soli cattolici. Nel 1571 una Santa Lega, che di fatto non era che una Crociata, sgominò la flotta ottomana a Lepanto. Riscossa occidentale con l’economiaTuttavia vittorie militari del genere restarono un’eccezione. La minaccia musulmana fu neutralizzata economicamente. Quando l’Europa crebbe in ricchezza ed in potenza, i primi terrificanti e raffinati turchi cominciarono a sembrare patetici ed arretrati, al punto da rendere inutile una Crociata. “L’ammalato Uomo d’Europa” andò avanti zoppicando fino al 20° secolo, quando spirò, lasciando dietro di sé l’attuale disastro del Medio Oriente moderno.Ingiusti giudizi dei contemporaneiDalla sicura distanza di molti secoli, è abbastanza facile aggrottare le ciglia, disgustati dalle Crociate. La religione, in fondo, è nulla, se si basa sulla guerra. Eppure dovremmo pensare che i nostri antenati medievali sarebbero stati a loro volta disgustati dalle nostre guerre, molto più distruttive, combattute in nome di ideologie politiche. Ed ancora, dovremmo pensare che sia il guerriero medievale che il soldato moderno infine combattono per il proprio mondo e per ciò che lo costituisce. Entrambi sono disposti a sopportare enormi sacrifici, purché ciò sia al servizio di qualcosa di caro, di prezioso, di più grande di loro. Che noi ammiriamo i crociati o no, è un fatto che il mondo così come noi lo conosciamo oggi non esisterebbe, senza i loro sforzi. La fede antica del Cristianesimo, col suo rispetto per le donne ed il suo rifiuto della schiavitù, non solo sopravvisse, ma fiorì. Senza le Crociate, avrebbe ben potuto seguire lo zoroastrismo, un altro rivale dell’Islam, nell’estinzione.
lunedì 23 luglio 2007
Dalla parte di Papa Benedetto
André Glucksmann si schiera al fianco del pontefice per un’alleanza tra fede e ragione
di Andrè Glucksmann
A Ratisbona ha smascherato il nichilismo
Il discorso di Ratisbona, raccomandando l’«autocritica», non attribuisce affatto soltanto ai musulmani la facoltà di scivolare nel fanatismo di una fede che rifiuta l’ausilio della ragione. Il riferimento a Duns Scoto, per il passato, e ai nichilisti di oggi indica quanto il rischio di una trasgressione fondamentale non risparmi nessuno, credente o non credente. Di qui il richiamo a ricentrare il dialogo delle religioni e il confronto dei credenti con gli agnostici: non accontentarsi dei voti che per essere pii rischiano di rimanere vuoti. Il discorso di Ratisbona, quindi, invitava a non limitarsi a pregare insieme, nascondendo quello che dilania e separa gli uomini di fede nonostante la loro buona volontà così imperturbabilmente manifestata. Ponendo l’accento sulla necessità di esaminare in modo franco gli argomenti che irritano e i bagni di sangue nei quali annegano le nostre professioni di fede, Benedetto XVI resta fedele all’esortazione di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura!». (...) Una fede che ignori o eviti la modesta ragione filosofica rischia di trovarsi in balia di una violenza cieca. L’alternativa ragione-violenza non oppone le religioni una contro l’altra ma pone ognuna contro se stessa. L’imperativo della conoscenza di sé non riguarda le scelte passate e superate, ma le decisioni urgenti e presenti. Quello che oggi, affascinati dall’Islam e dall’islamismo, chiamiamo «risveglio» delle religioni o «ritorno» della fede manifesta l’esatto contrario. L’Islam subisce una sorta di kidnapping, di Opa; le sue convinzioni più sincere sono deviate e confiscate da un culto della morte terrificante. Nel XX secolo il cristianesimo europeo ha conosciuto un fenomeno simile. In due riprese. Nella prima, durante la Prima guerra mondiale, i belligeranti hanno combattuto pretendendo che Dio li sostenesse. Ricordate Berlino nel 1914: la dichiarazione di guerra viene annunciata alla porta di Brandeburgo, il popolo non intona «Deutschland uber Alles», ma un cantico di Lutero musicato da Johann Sebastian Bach. Reciprocamente, quando Benedetto XV, durante la Grande guerra, chiede il cessate il fuoco, si scontra contro la «sacra unione» dei fratelli nemici, i vescovi cattolici tedeschi, francesi e belgi lo bocciano. Seconda esperienza: silenzio e impotenza del cristianesimo di fronte alla barbarie nazista. In passato due rinunce sono state la disgrazia dell’Europa: uccidere in nome di Dio e chiudere gli occhi. Un tale nichilismo omicida e suicida imperversa di nuovo nell’attualità planetaria. Oggi come ieri, dei giusti, degli eroi, dei santi, spesso dei semplici cittadini resistono. (...) Il discorso di Ratisbona, lungi dal costituire un’improvvisazione ispirata dall’attualità, addirittura una provocazione, come è stato affermato, tocca il punto più profondo del testo biblico e delle meditazioni insondabili delle tre religioni del Libro. Chi uccide in nome di Dio può essere sia chi crede in Dio sia chi non crede. Se crede, si istituisce luogotenente di un potere arbitrario e privo di ragione; egli confonde Dio e Tifone e si permette di tutto. Se non crede, uccide in sé la ragione e si erge a supremo Tifone che non si vieta nulla. In entrambi i casi, l’oblio della ragione in cielo e in terra sopprime ogni differenza tra collera dall’alto e collera dal basso, identifica orgogliosamente uomo e divinità, sopprime la possibilità di distinguere bene e male. La letteratura del XIX secolo, per lo più russa, ha esplorato in anticipo il vicolo cieco di una eliminazione definitiva dei divieti verso cui si precipiteranno, a testa bassa, un gran numero di posseduti del XX e del XXI secolo. (...) Ogni confessione deplora naturalmente che le altre non condividano i suoi ideali e la sua visione di Bene supremo. Per lungo tempo la ragione europea ha approfittato della pluralità dei servizi divini e del relativismo che ne deriva, pronta a instaurarsi come legislatrice e a sostituirsi alla fede, legittimandosi come religione assoluta. Questo era l’obiettivo dell’idealismo tedesco del XIX secolo, dei suoi epigoni e continuatori. A partire dalla collaborazione di Platone con Dioniso, tiranno di Siracusa, fino alle peggiori compromissioni degli zeloti di Lenin, Stalin o Hitler, l’orgoglio trascendentale, che inghiotte in un solo boccone sia la ragione che la fede, ci fa precipitare di catastrofe in catastrofe. Nel XXI secolo, alla fine postmoderna dei grandi racconti ideologico-storici, il nichilismo prospera nelle piaghe della filosofia, proclamando non soltanto la relatività dei beni e dei valori, ma più radicalmente la relatività del male. Da qui l’arbitrio irriducibilmente culturalista e di parte della nostra definizione di inumano. Violentare, perché no? Purificare etnicamente, perché no? Il genocidio, perché no? Uccidere padre e madre, fratello e sorella, why not? Il suicidio della ragione socratica genera mostri. «Uccidi il prossimo tuo come te stesso!». L’imperativo nichilista oltrepassa allegramente i confini geografici e geopolitici. Esso copre ormai l’intero ventaglio delle violenze possibili e fa proliferare il massacro degli innocenti. Dalla bomba umana individuale, santificata come «bomba atomica dei poveri», fino alle armi di distruzione di massa a disposizione di personaggi che si fanno notare per la loro grande irresponsabilità, le minacce si moltiplicano. Il XX secolo ancora distingueva la capacità tecnica di porre fine alla storia umana (Hiroshima) dalla capacità spirituale di incidere senza scrupoli nella carne (Auschwitz). Hitler non ha mai posseduto la bomba e gli americani, che l’hanno costruita per resistergli, da parte loro non hanno mai ammesso una ideologia di morte. Stalin stesso, fortemente scosso per il rischio di crollo scampato dal suo potere nel 1941, non si è mai azzardato a trasgredire i due tabù della dissuasione. Ecco perché la Guerra fredda è rimasta fredda. Questi due divieti, che impongono ritegno e prudenza, tengono sempre meno a freno i furori di guerra. Il ricordo di Hiroshima si offusca, la memoria di Auschwitz viene contraddetta e banalizzata. La percezione del male è derisa. Da un lato vi sono gli Stati padrini, dotati dell’arma assoluta, che si considerano santuarizzati; dall’altro, le organizzazioni terroriste senza legge né scrupoli; fra i due, un nichilismo generalizzato tesse una tela patogena. Ragione e fede devono far emergere insieme una sfida nuova: il nichilismo trasforma la forza di fare in capacità di disfare e la volontà di potere in volontà di nuocere. La religione ha bisogno di una ragione autonoma che non saprebbe sostituirsi a essa. Esercitando una funzione rettrice in un campo interamente sottomesso alla sua giurisdizione, quello delle virtù teologali (fede, speranza, carità), la religione si avvicina maggiormente alla ragione nel campo più secolare delle virtù chiamate cardinali. (...) Il nichilismo si sforza di rendere il male non visibile né dicibile né pensabile. Contro una simile devastazione mentale e mondiale, la lezione di Ratisbona richiama «la fede biblica» e «gli interrogativi della filosofia greca» a rinnovare senza concessioni una alleanza che mi auguro sia definitiva e vittoriosa.
«Corriere della sera» del 14 luglio 2007
di Andrè Glucksmann
A Ratisbona ha smascherato il nichilismo
Il discorso di Ratisbona, raccomandando l’«autocritica», non attribuisce affatto soltanto ai musulmani la facoltà di scivolare nel fanatismo di una fede che rifiuta l’ausilio della ragione. Il riferimento a Duns Scoto, per il passato, e ai nichilisti di oggi indica quanto il rischio di una trasgressione fondamentale non risparmi nessuno, credente o non credente. Di qui il richiamo a ricentrare il dialogo delle religioni e il confronto dei credenti con gli agnostici: non accontentarsi dei voti che per essere pii rischiano di rimanere vuoti. Il discorso di Ratisbona, quindi, invitava a non limitarsi a pregare insieme, nascondendo quello che dilania e separa gli uomini di fede nonostante la loro buona volontà così imperturbabilmente manifestata. Ponendo l’accento sulla necessità di esaminare in modo franco gli argomenti che irritano e i bagni di sangue nei quali annegano le nostre professioni di fede, Benedetto XVI resta fedele all’esortazione di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura!». (...) Una fede che ignori o eviti la modesta ragione filosofica rischia di trovarsi in balia di una violenza cieca. L’alternativa ragione-violenza non oppone le religioni una contro l’altra ma pone ognuna contro se stessa. L’imperativo della conoscenza di sé non riguarda le scelte passate e superate, ma le decisioni urgenti e presenti. Quello che oggi, affascinati dall’Islam e dall’islamismo, chiamiamo «risveglio» delle religioni o «ritorno» della fede manifesta l’esatto contrario. L’Islam subisce una sorta di kidnapping, di Opa; le sue convinzioni più sincere sono deviate e confiscate da un culto della morte terrificante. Nel XX secolo il cristianesimo europeo ha conosciuto un fenomeno simile. In due riprese. Nella prima, durante la Prima guerra mondiale, i belligeranti hanno combattuto pretendendo che Dio li sostenesse. Ricordate Berlino nel 1914: la dichiarazione di guerra viene annunciata alla porta di Brandeburgo, il popolo non intona «Deutschland uber Alles», ma un cantico di Lutero musicato da Johann Sebastian Bach. Reciprocamente, quando Benedetto XV, durante la Grande guerra, chiede il cessate il fuoco, si scontra contro la «sacra unione» dei fratelli nemici, i vescovi cattolici tedeschi, francesi e belgi lo bocciano. Seconda esperienza: silenzio e impotenza del cristianesimo di fronte alla barbarie nazista. In passato due rinunce sono state la disgrazia dell’Europa: uccidere in nome di Dio e chiudere gli occhi. Un tale nichilismo omicida e suicida imperversa di nuovo nell’attualità planetaria. Oggi come ieri, dei giusti, degli eroi, dei santi, spesso dei semplici cittadini resistono. (...) Il discorso di Ratisbona, lungi dal costituire un’improvvisazione ispirata dall’attualità, addirittura una provocazione, come è stato affermato, tocca il punto più profondo del testo biblico e delle meditazioni insondabili delle tre religioni del Libro. Chi uccide in nome di Dio può essere sia chi crede in Dio sia chi non crede. Se crede, si istituisce luogotenente di un potere arbitrario e privo di ragione; egli confonde Dio e Tifone e si permette di tutto. Se non crede, uccide in sé la ragione e si erge a supremo Tifone che non si vieta nulla. In entrambi i casi, l’oblio della ragione in cielo e in terra sopprime ogni differenza tra collera dall’alto e collera dal basso, identifica orgogliosamente uomo e divinità, sopprime la possibilità di distinguere bene e male. La letteratura del XIX secolo, per lo più russa, ha esplorato in anticipo il vicolo cieco di una eliminazione definitiva dei divieti verso cui si precipiteranno, a testa bassa, un gran numero di posseduti del XX e del XXI secolo. (...) Ogni confessione deplora naturalmente che le altre non condividano i suoi ideali e la sua visione di Bene supremo. Per lungo tempo la ragione europea ha approfittato della pluralità dei servizi divini e del relativismo che ne deriva, pronta a instaurarsi come legislatrice e a sostituirsi alla fede, legittimandosi come religione assoluta. Questo era l’obiettivo dell’idealismo tedesco del XIX secolo, dei suoi epigoni e continuatori. A partire dalla collaborazione di Platone con Dioniso, tiranno di Siracusa, fino alle peggiori compromissioni degli zeloti di Lenin, Stalin o Hitler, l’orgoglio trascendentale, che inghiotte in un solo boccone sia la ragione che la fede, ci fa precipitare di catastrofe in catastrofe. Nel XXI secolo, alla fine postmoderna dei grandi racconti ideologico-storici, il nichilismo prospera nelle piaghe della filosofia, proclamando non soltanto la relatività dei beni e dei valori, ma più radicalmente la relatività del male. Da qui l’arbitrio irriducibilmente culturalista e di parte della nostra definizione di inumano. Violentare, perché no? Purificare etnicamente, perché no? Il genocidio, perché no? Uccidere padre e madre, fratello e sorella, why not? Il suicidio della ragione socratica genera mostri. «Uccidi il prossimo tuo come te stesso!». L’imperativo nichilista oltrepassa allegramente i confini geografici e geopolitici. Esso copre ormai l’intero ventaglio delle violenze possibili e fa proliferare il massacro degli innocenti. Dalla bomba umana individuale, santificata come «bomba atomica dei poveri», fino alle armi di distruzione di massa a disposizione di personaggi che si fanno notare per la loro grande irresponsabilità, le minacce si moltiplicano. Il XX secolo ancora distingueva la capacità tecnica di porre fine alla storia umana (Hiroshima) dalla capacità spirituale di incidere senza scrupoli nella carne (Auschwitz). Hitler non ha mai posseduto la bomba e gli americani, che l’hanno costruita per resistergli, da parte loro non hanno mai ammesso una ideologia di morte. Stalin stesso, fortemente scosso per il rischio di crollo scampato dal suo potere nel 1941, non si è mai azzardato a trasgredire i due tabù della dissuasione. Ecco perché la Guerra fredda è rimasta fredda. Questi due divieti, che impongono ritegno e prudenza, tengono sempre meno a freno i furori di guerra. Il ricordo di Hiroshima si offusca, la memoria di Auschwitz viene contraddetta e banalizzata. La percezione del male è derisa. Da un lato vi sono gli Stati padrini, dotati dell’arma assoluta, che si considerano santuarizzati; dall’altro, le organizzazioni terroriste senza legge né scrupoli; fra i due, un nichilismo generalizzato tesse una tela patogena. Ragione e fede devono far emergere insieme una sfida nuova: il nichilismo trasforma la forza di fare in capacità di disfare e la volontà di potere in volontà di nuocere. La religione ha bisogno di una ragione autonoma che non saprebbe sostituirsi a essa. Esercitando una funzione rettrice in un campo interamente sottomesso alla sua giurisdizione, quello delle virtù teologali (fede, speranza, carità), la religione si avvicina maggiormente alla ragione nel campo più secolare delle virtù chiamate cardinali. (...) Il nichilismo si sforza di rendere il male non visibile né dicibile né pensabile. Contro una simile devastazione mentale e mondiale, la lezione di Ratisbona richiama «la fede biblica» e «gli interrogativi della filosofia greca» a rinnovare senza concessioni una alleanza che mi auguro sia definitiva e vittoriosa.
«Corriere della sera» del 14 luglio 2007
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filosofia temi fede e ragione
Ma Dio non è violenza
Il filosofo Spaemann mette in guardia da chi accusa le religioni di fomentare l’odio e il terrore: all’origine dei tre monoteismi vi è una divinità che si rivolge all’uomo attraverso il «logos». La ragione, dunque, appartiene al credente in quanto relazione con l’altro. Chi rifiuta questa dimensione dialogica apre la strada alla conflittualità
di Robert Spaemann
«Troppo spesso ancora nel mondo musulmano vince la via sanguinaria. Anche l’islam deve intraprendere la strada del dialogo comune»
Non è un caso che il discorso di Regensburg abbia aperto un controverso dialogo con l'Islam. Senza il colpo di avvertimento costituito dalla citazione di un imperatore bizantino, più di trenta famosi professori islamici forse non avrebbero mai pensato di accettare l'invito al dialogo, di prenderlo sul serio, di rispondere gentilmente e di cominciare subito ad avanzare delle critiche invece dei soliti scambi di cortesie. Che altri musulmani abbiano reagito con un atto di violenza sanguinaria conferma che la questione del rapporto fra fede e violenza resta per l'Islam un problema aperto. Il Papa ha facilitato l'apertura di un dialogo serio ammettendo senza infingimenti apologetici che anche la cristianità ha avuto questo problema per tanto tempo e che spera che l'Islam compia lo stesso processo di apprendimento che ha compiuto la Chiesa. Oggetto di tale dialogo sarà verificare se il Corano favorisca un tale processo allo stesso modo del Nuovo Testamento. Metterlo inizialmente in dubbio fa parte di un onesto inizio di dialogo.Ci si potrebbe chiedere perché bisogna discuterne e forse scontrarsi. Se i musulmani avessero un altro Dio rispetto ai cristiani un tale scontro sarebbe privo di senso. I cristiani potrebbero solo ribadire che non credono all'esistenza di quel Dio. In effetti tanti cristiani ritengono che Allah sia un altro Dio rispetto a quello dei cristiani. Se fosse così non avrebbe alcun senso scontrarsi rispettosamente su come si debba pensare e parlare correttamente di Dio. Ma in conformità col suo grande predecessore medievale Gregorio VII e col Concilio Vaticano II, Benedetto XVI parte dal presupposto che gli ebrei, i cristiani e i musulmani pregano lo stesso Dio uno e unico.La lezione magistrale di Regensburg parla soprattutto della differenza che nel mondo di oggi salta agli occhi. Essa riguarda il tema «Dio e violenza». Ricollegandosi alle riflessioni di un imperatore bizantino, il Papa collega questo all'altro tema: «Dio e ragio ne». La ragione è quello step beyond ourselves la cui possibilità la modernità nega. Ho cercato, riferendomi a Nietzsche, di mostrare che questa possibilità dipende dall'esistenza di Dio e proprio di un Dio che nella sua essenza è luce. La ragione dunque non è uno strumento di sopravvivenza dell'homo sapiens, ma partecipazione alla luce divina e un vedere il mondo in questa «luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9). Questa luce, come dice Platone, fa vedere il bene come il koinon, «ciò che è comune a tutti» (cfr. Platone, Fedone). Non a caso Eraclito parla a questo riguardo del logos, e logos significa anche «parola».Soltanto attraverso la parola, soltanto attraverso la lingua, attraverso il parlare con gli altri, noi ragioniamo. La violenza però è l'esatto contrario del parlare con gli altri. Lo scopo del discorso è l'intesa tramite la comune sottomissione al criterio del vero, lo scopo della violenza è la sottomissione dell'altro alla volontà di colui che si dimostra fisicamente più forte. Michel Foucault, che nega l'intelligibilità del mondo, deve di conseguenza minimizzare la differenza tra dialogo e violenza. Siccome non esiste un qualcosa che sia verità, anche nel dialogo può trattarsi solo di misurare le forze nella lotta per il potere. Così già pensavano d'altronde i sofisti con i quali si scontrò Socrate. Soltanto quando si dà verità come koinon si dà un'alternativa alla violenza. Il criterio della forza fisica non ha nulla a che fare con quello della verità. E la vittoria nello scontro violento solo per caso può anche essere la vittoria del migliore. C'è la forza legittima dello Stato, la cui ragione risiede nell'impedire la violenza tra gli individui, c'è la forza legittima del potere statale per la difesa contro la violenza di un'ingiusta aggressione. Ma lo scatenarsi della violenza, la trasformazione del dialogo in violenza è semp re il fallimento della ragione, e la probabilità che una situazione violenta possa essere migliorata con la violenza è scarsa.Ma è soprattutto la violenza nel nome di Dio che è condannata inequivocabilmente da Benedetto XVI. Dio come Signore della storia agisce attraverso tutto ciò che succede e anche la violenza dei violenti alla fine dovrà servire al Suo scopo. Ma lo serve solo come tutto ciò che è malvagio. La Sua volontà è fatta sempre e dappertutto. Non deve chiedere il permesso. Ma non dappertutto sulla terra succede come in cielo, e cioè attraverso il conformarsi della volontà degli angeli e degli uomini alla volontà di Dio. Mefistofele, nel Faust di Goethe, confessa di essere parte «di quella Forza che sempre vuole il male e sempre il bene crea». Noi preghiamo affinché la volontà di Dio non sia fatta sulla terra così, ma «come in cielo», e questo significa anche: non tramite la violenza. Anche il popolo di Israele, a questo riguardo, ha compiuto un processo di apprendimento che si conclude soltanto con Gesù. E nonostante questa conclusione, la cristianità nel Medioevo ha creduto ancora di dover punire con pene temporali fino alla condanna a morte almeno l'apostasia e l'eresia: un punto di vista che vige ancora oggi nei Paesi islamici.Ma non si può costringere a rimanere nella luce con i mezzi delle tenebre. Laddove dei cristiani vengono perseguitati in quanto cristiani, essi, seguendo il loro Signore, rinunciano a restituire la violenza. Dove dei cristiani, d'altronde, difendono legittimamente la civitas terrena in qualità di cittadini di essa, sanno che il processo della violenza, nei suoi esiti, è indifferente alla giustizia e all'ingiustizia. Non si presenteranno dunque in nome di Dio e in nome del bene per punire i cattivi e terranno l'odio che avvelena l'anima fuori dallo scontro. Dove vige la violenza, la ragione tace e l'unica forma della sua perdurante presenza può essere soltanto quel rispetto dei nemici che anticipa già la riconciliazione.Non sempre possiamo decidere se avere o no nemici. A volte può essere giusto smitizzare l'idea del nemico, a volte no. Dobbiamo verificare l'idea che abbiamo del nemico confrontandola con la realtà. Ma ciò che invece possiamo decidere è di chiedere la forza di amare i nemici. Tale forza trasforma lo status della violenza che si oppone a Dio ed è il suo modo supremo con cui la luce può illuminare le tenebre, la luce della ragione e dell'amore, il cui massimo testimone è nel nostro tempo Papa Benedetto XVI.
«Avvenire» del 18 luglio 2007
di Robert Spaemann
«Troppo spesso ancora nel mondo musulmano vince la via sanguinaria. Anche l’islam deve intraprendere la strada del dialogo comune»
Non è un caso che il discorso di Regensburg abbia aperto un controverso dialogo con l'Islam. Senza il colpo di avvertimento costituito dalla citazione di un imperatore bizantino, più di trenta famosi professori islamici forse non avrebbero mai pensato di accettare l'invito al dialogo, di prenderlo sul serio, di rispondere gentilmente e di cominciare subito ad avanzare delle critiche invece dei soliti scambi di cortesie. Che altri musulmani abbiano reagito con un atto di violenza sanguinaria conferma che la questione del rapporto fra fede e violenza resta per l'Islam un problema aperto. Il Papa ha facilitato l'apertura di un dialogo serio ammettendo senza infingimenti apologetici che anche la cristianità ha avuto questo problema per tanto tempo e che spera che l'Islam compia lo stesso processo di apprendimento che ha compiuto la Chiesa. Oggetto di tale dialogo sarà verificare se il Corano favorisca un tale processo allo stesso modo del Nuovo Testamento. Metterlo inizialmente in dubbio fa parte di un onesto inizio di dialogo.Ci si potrebbe chiedere perché bisogna discuterne e forse scontrarsi. Se i musulmani avessero un altro Dio rispetto ai cristiani un tale scontro sarebbe privo di senso. I cristiani potrebbero solo ribadire che non credono all'esistenza di quel Dio. In effetti tanti cristiani ritengono che Allah sia un altro Dio rispetto a quello dei cristiani. Se fosse così non avrebbe alcun senso scontrarsi rispettosamente su come si debba pensare e parlare correttamente di Dio. Ma in conformità col suo grande predecessore medievale Gregorio VII e col Concilio Vaticano II, Benedetto XVI parte dal presupposto che gli ebrei, i cristiani e i musulmani pregano lo stesso Dio uno e unico.La lezione magistrale di Regensburg parla soprattutto della differenza che nel mondo di oggi salta agli occhi. Essa riguarda il tema «Dio e violenza». Ricollegandosi alle riflessioni di un imperatore bizantino, il Papa collega questo all'altro tema: «Dio e ragio ne». La ragione è quello step beyond ourselves la cui possibilità la modernità nega. Ho cercato, riferendomi a Nietzsche, di mostrare che questa possibilità dipende dall'esistenza di Dio e proprio di un Dio che nella sua essenza è luce. La ragione dunque non è uno strumento di sopravvivenza dell'homo sapiens, ma partecipazione alla luce divina e un vedere il mondo in questa «luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9). Questa luce, come dice Platone, fa vedere il bene come il koinon, «ciò che è comune a tutti» (cfr. Platone, Fedone). Non a caso Eraclito parla a questo riguardo del logos, e logos significa anche «parola».Soltanto attraverso la parola, soltanto attraverso la lingua, attraverso il parlare con gli altri, noi ragioniamo. La violenza però è l'esatto contrario del parlare con gli altri. Lo scopo del discorso è l'intesa tramite la comune sottomissione al criterio del vero, lo scopo della violenza è la sottomissione dell'altro alla volontà di colui che si dimostra fisicamente più forte. Michel Foucault, che nega l'intelligibilità del mondo, deve di conseguenza minimizzare la differenza tra dialogo e violenza. Siccome non esiste un qualcosa che sia verità, anche nel dialogo può trattarsi solo di misurare le forze nella lotta per il potere. Così già pensavano d'altronde i sofisti con i quali si scontrò Socrate. Soltanto quando si dà verità come koinon si dà un'alternativa alla violenza. Il criterio della forza fisica non ha nulla a che fare con quello della verità. E la vittoria nello scontro violento solo per caso può anche essere la vittoria del migliore. C'è la forza legittima dello Stato, la cui ragione risiede nell'impedire la violenza tra gli individui, c'è la forza legittima del potere statale per la difesa contro la violenza di un'ingiusta aggressione. Ma lo scatenarsi della violenza, la trasformazione del dialogo in violenza è semp re il fallimento della ragione, e la probabilità che una situazione violenta possa essere migliorata con la violenza è scarsa.Ma è soprattutto la violenza nel nome di Dio che è condannata inequivocabilmente da Benedetto XVI. Dio come Signore della storia agisce attraverso tutto ciò che succede e anche la violenza dei violenti alla fine dovrà servire al Suo scopo. Ma lo serve solo come tutto ciò che è malvagio. La Sua volontà è fatta sempre e dappertutto. Non deve chiedere il permesso. Ma non dappertutto sulla terra succede come in cielo, e cioè attraverso il conformarsi della volontà degli angeli e degli uomini alla volontà di Dio. Mefistofele, nel Faust di Goethe, confessa di essere parte «di quella Forza che sempre vuole il male e sempre il bene crea». Noi preghiamo affinché la volontà di Dio non sia fatta sulla terra così, ma «come in cielo», e questo significa anche: non tramite la violenza. Anche il popolo di Israele, a questo riguardo, ha compiuto un processo di apprendimento che si conclude soltanto con Gesù. E nonostante questa conclusione, la cristianità nel Medioevo ha creduto ancora di dover punire con pene temporali fino alla condanna a morte almeno l'apostasia e l'eresia: un punto di vista che vige ancora oggi nei Paesi islamici.Ma non si può costringere a rimanere nella luce con i mezzi delle tenebre. Laddove dei cristiani vengono perseguitati in quanto cristiani, essi, seguendo il loro Signore, rinunciano a restituire la violenza. Dove dei cristiani, d'altronde, difendono legittimamente la civitas terrena in qualità di cittadini di essa, sanno che il processo della violenza, nei suoi esiti, è indifferente alla giustizia e all'ingiustizia. Non si presenteranno dunque in nome di Dio e in nome del bene per punire i cattivi e terranno l'odio che avvelena l'anima fuori dallo scontro. Dove vige la violenza, la ragione tace e l'unica forma della sua perdurante presenza può essere soltanto quel rispetto dei nemici che anticipa già la riconciliazione.Non sempre possiamo decidere se avere o no nemici. A volte può essere giusto smitizzare l'idea del nemico, a volte no. Dobbiamo verificare l'idea che abbiamo del nemico confrontandola con la realtà. Ma ciò che invece possiamo decidere è di chiedere la forza di amare i nemici. Tale forza trasforma lo status della violenza che si oppone a Dio ed è il suo modo supremo con cui la luce può illuminare le tenebre, la luce della ragione e dell'amore, il cui massimo testimone è nel nostro tempo Papa Benedetto XVI.
«Avvenire» del 18 luglio 2007
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